Il
Caso Facchini o del disco volante di Abbiate Guazzone
di Roberto
Raffaelli
Voi
udrete ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete.
Matteo
13, 1-23
Il
caso di Abbiate Guazzone (VA) del 24 aprile 1950 riguarda un evento
UFO nel quale l’operaio Bruno Facchini ebbe la ventura di
imbattersi nottetempo in un disco volante posato al suolo e nei suoi
occupanti. L’evento che è considerato un classico dell’ufologia
italiana, all’epoca ebbe una vasta eco sulla stampa nazionale e
nel corso dei decenni è stato descritto, indagato e citato centinaia
di volte, per questo motivo ho utilizzato solo le parti dell'evento
necessarie per concretizzare questa disamina.
Per
la cronaca dettagliata rimando il lettore ai riferimenti
bibliografici disponibili o su internet.
Ho
pensato invece di effettuare un approfondimento di alcuni aspetti
della vicenda partendo - dove possibile - da punti di vista diversi,
osservando gli eventi sotto angolature insolite, provando a gettare
qualche spiraglio di luce nei tanti lati oscuri con l'obiettivo di
entrare nei risvolti che nessuno fino ad ora ha mai pensato di
trattare.
Ecco
ciò che è scaturito da un'analisi critica di quei fatti ormai
lontani nel tempo.
Bagliori
nel buio.
Il
temporale era aveva appena finito di sfogare la sua furia sulla
zona. Erano all’incirca le dieci di sera di quel lunedi 24 aprile
1950 quando Bruno Facchini, quarantenne operaio metalmeccanico di
Abbiate Guazzone (VA), uscì di casa per andare in bagno (all’epoca
molte case coloniche avevano i bagni esterni) ne approfittò per
controllare eventuali danni alla sua abitazione che era isolata in
mezzo ai campi al margine del paese.
In
lontananza si vedevano ancora i fulmini che costituivano la coda del
temporale appena passato e il signor Bruno uscì accendendosi la
sigaretta, appena estratta dal suo portasigari.
Sopra
di lui il cielo ormai sereno mostrava le stelle che brillavano
nell’atmosfera tersa . Dopo un breve controllo stava ormai per
rientrare quando nell’oscurità, in direzione della linea elettrica
che passava a poche centinaia di metri dalla sua casa e che ora era
immersa nell’oscurità nel bel mezzo della campagna, vide uno
strano scintillio.
Sul
momento pensò che, dopo tutto, il temporale qualche danno l’aveva
fatto, poi si rese conto che i suoi figli giocavano spesso proprio
da quelle parti e se per caso un fulmine avesse tranciato un cavo
dell’alta tensione il giorno dopo i bambini avrebbero corso un
rischio terribile.
Così
decise di andare a controllare. Calzò un paio di stivali di gomma e
si avviò nella più completa oscurità verso il punto dal quale
provenivano quei brevissimi lampi di luce, camminando con estrema
circospezione su uno stretto viottolo che si inoltrava in mezzo ai
campi, facendo attenzione che al suolo non ci fossero cavi
elettrici spezzati.
Giunto
a ridosso della linea elettrica si accorse che era tutto in ordine.
Per avere l’assoluta certezza fece alcuni metri in mezzo ad un
campo camminando parallelo ai cavi che lo sovrastavano, poi gli
passò sotto dirigendosi, ormai tranquillizzato, verso casa. Stava
per ritornare sui suoi passi quando, voltandosi indietro per dare un’
ultima occhiata, rivide il vivido scintillio a poche decine di metri
da lui in mezzo ad alcuni filari di alberi.
Il
signor Bruno era un uomo tutto d’un pezzo, non si lasciò certo
intimorire da quella manifestazione luminosa in mezzo alla più
completa oscurità, anzi, la curiosità prese subito il sopravvento
ed immediatamente, anche se con cautela, si diresse verso l’origine
del bagliore.
Camminando
su uno stretto sentiero che si insinuava in mezzo alle profonde buche
scavate dai mezzi di una vicina fornace riprese ad avvicinarsi alla
strana fonte luminosa. Fu allora che ebbe la sensazione di scorgere
nell’oscurità un’enorme massa scura alla base della quale c’era
una zona illuminata che stazionava in mezzo ai filari, poco più
avanti
Era
di sezione vagamente ovale. La parte superiore era immersa
nell’oscurità mentre al centro di quella inferiore c’era un
boccaporto rettangolare dal quale usciva una tenue luce verdastra.
Alla base dell’apertura una
scaletta inserita in quello che doveva essere il portellone di
chiusura. All’interno del boccaporto il signor Bruno vide un’altra
scala che probabilmente portava alla zona alta dell’ordigno e
numerose bombole, e manometri, e tubazioni varie.
Vide
anche da dove proveniva il potente sfavillio che lo aveva
incuriosito. Da una parte qualcuno sostenuto da un sollevatore
telescopico stava saldando quelli che sembravano alcuni grossi tubi
che contornavano a gruppi di tre tutta la parte periferica
dell’ordigno o almeno, quella che il signor Bruno riusciva a
vedere.
Quei
tubi provenivano dalle viscere dell’oggetto e sporgevano dalla
struttura di circa 50 centimetri. curiosamente in prossimità del
bordo esterno di dividevano in tre parti nella classica forma a
tridente. Ogni tubo aveva un diametro di circa 15 – 20 cm con la
parte terminale conformate in modo “convergente
– divergente”
come i più classici “ugelli
de Laval”. (1)
La saldatrice era manovrata da un individuo riparato da un pesante
scafandro, a terra altri due personaggi scafandrati si spostavano con
movenze rallentate, come se la corazza che li ricopriva completamente
fosse estremamente pesante.
Il
signor Bruno protetto dal buio si era portato ormai a quattro o
cinque metri dal congegno che emanava un ronzio simile a quello di
un enorme alveare mentre l’aria intorno era estremamente calda.
Con sorpresa si accorse che dietro ad una specie di oblò situato
nella parte anteriore del casco di quegli individui c’erano esseri
in tutto e per tutto uguali a noi.
Pensando
di avere a che fare con i piloti di un prototipo sperimentale
proveniente da Malpensa, da Vergiate oppure dalla vicinissima
Venegono, decise, senza troppo riflettere, di mostrarsi e chiedere a
quegli “aviatori” se avessero bisogno di aiuto.
“Gurr…gurr…”
Ad
accorgersi della sua presenza furono le due entità che si muovevano
trascinandosi pesantemente nei pressi della base dell’oggetto.
La
reazione fu immediata ed evidentemente dettata da motivi di
particolare urgenza.
Uno
dei due esseri attrasse l’attenzione degli altri sull’intruso,
gesticolando e comunicando attraverso un’apparecchiatura interna
allo scafandro.
Il
signor Bruno udì il suono della voce dell’entità più vicina
attutito dal casco, una specie di “gurr…gurr”.
Suoni
strani che non riuscì a collegare a nessuna lingua a lui conosciuta.
In
quel quadro, che fino ad allora era stato dominato da una
esasperante lentezza di movimento, l’inaspettata reazione sorprese
il signor Bruno che capì, con qualche attimo di ritardo, di avere
fatto la mossa sbagliata. Arretrando di qualche passo ebbe
l’impressione che i due “uomini”
volessero costringerlo a salire sul loro strano veicolo, così fece
il secondo errore: si diede alla fuga.
Girò
le spalle agli strani individui e col cuore in gola cominciò a
correre verso casa, ma fatti pochi passi vide l’entità più vicina
dirigere verso di lui una specie di scatola, simile ad una macchina
fotografica, che portava appesa al collo. (2)
Un
attimo dopo il signor Bruno sentì un forte colpo sulla schiena, come
se fosse stato investito da un ciclone che lo fece volare al suolo
alcuni metri più avanti, mandandolo ad atterrare pesantemente su una
pietra di delimitazione delle proprietà terriere.
L’evidente
situazione di pericolo gli consigliò di rimanere immobile al suolo
fingendo di essere incosciente. La mossa si rivelò azzeccata infatti
gli strani “aviatori” si disinteressarono immediatamente di lui e
con rapidità abbassarono il sollevatore e lo riposero all’interno
del loro veicolo poi anche loro entrarono, il boccaporto si richiuse
alle loro spalle e qualche attimo dopo il ronzio aumentò d’intensità
diventando simile all’acuto sibilo prodotto da una grossa dinamo e
l’enorme congegno si sollevò in aria partendo verticalmente per
scomparire in pochi attimi.
Questa
parte del racconto di Bruno Facchini è quella che ha maggiormente
interessato, unitamente alla descrizione del veicolo, tutti coloro
che hanno indagato a vario titolo sul suo caso.
In
effetti il signor Bruno ha sempre affermato che dentro a quelle
pesantissime corazze c’erano esseri uguali a noi e la dettagliata
descrizione che fece avrebbe, a mio parere, dovuto convincere tutti
che aveva ragione.
Vediamo
perché.
Lo
scafandro protettivo di quelle entità, secondo il signor Bruno, era
molto simile a quello dei futuri (per l’anno 1950) astronauti
terrestri rappresentati nelle illustrazioni reperibili
sistematicamente su qualsiasi rivista dell’epoca.
Era
apparentemente metallico, di colore grigio scuro, simile a quello dei
palombari. La presenza di un piccolo oblò per la visione anteriore e
rigonfiamenti circolari in corrispondenza delle orecchie, contenenti probabilmente
l’apparato interfonico. Un corto tubo dotato di bocchettone finale
che penzolava dalla parte inferiore del casco completava la
similitudine, almeno agli occhi di un profano qual’era il signor
Bruno.
Questa
è a tutti gli effetti la descrizione di una tuta da astronauta,
esattamente come veniva rappresentata dai media di allora.
Se
aggiungiamo che il testimone è sempre stato convinto di avere visto
dei volti umani dietro a quegli oblò a noi non resta che trarre le
dovute conclusioni.
Evidentemente
il signor Bruno vide gli occupanti di un congegno meccanico dotati
delle protezioni necessarie al volo ad altissime quote, fors’anche,
al volo spaziale.
Esseri
antropomorfi, dimensionalmente simili a noi, con capacità di
percepire la lunghezza d’onda della luce che ci permette la visione
oculare e con la necessità di un supporto per la respirazione in
tutto e per tutto simile a quello dei piloti di aeroplani a getto per
i voli d’alta quota, quindi esseri che avevano necessità di un
supporto vitale a bordo del loro veicolo.
Considerando
il diametro e la lunghezza del tubo descritto dal signor Bruno con
buona probabilità il gas che quegli esseri respiravano doveva
essere ossigeno ed infatti mentre erano all’esterno il tubo
penzolava liberamente senza che essi subissero alcun effetto
deleterio.
Inoltre
anche le file di contenitori simili a “bombole” e i numerosi
manometri che il signor Bruno vide sbirciando all’interno del
boccaporto probabilmente non erano altro che il “breathing
support” dell’equipaggio a bordo del veicolo.
Riassumendo.
Erano
fatti come noi. Respiravano come noi. Potevano vedere, sentire e
parlare come noi.
Certo
è difficile non credere al signor Bruno quando affermava di avere
visto degli “uomini”.
Radiazioni?
Forse…
Quando
il testimone si palesò, le due entità al suolo reagirono
istantaneamente.
L’allarme
fu immediato.
Un
intruso si era avvicinato decisamente troppo, a loro e al loro
veicolo.
Ognuno
di noi può intuitivamente arguire che, secondo logica, le entità
avrebbero dovuto impedire a chiunque di avvicinarsi al punto di
vedere, capire e successivamente riferire. Ma
per farlo avrebbero dovuto mettere qualcuno di guardia ad una certa
distanza dalla zona di atterraggio, qualcuno - magari armato con
quella “magic box” che aveva messo k.o. il testimone– che
avrebbe permesso ai compagni di effettuare le riparazioni necessarie
in tutta tranquillità. Evidentemente
i piloti del misterioso velivolo non ritennero necessario o non
furono in grado di bloccare l’accesso al luogo dell’atterraggio,
ed allora perché tanta agitazione quando videro il signor Bruno
vicino a loro?
La
risposta più logica dovrebbe essere: perché in quasi tutti i casi
di questo tipo quando le entità scoprono di essere osservate fuggono
via immediatamente.
E’
vero. Ma in pochissimi casi troviamo gli occupanti intenti a dei
lavori di riparazione all’esterno del loro vascello, in genere i
testimoni descrivono esseri di vario genere e dimensione che vagano
all’intorno facendo cose apparentemente inutili o addirittura, non
facendo nulla. Evidentemente
da questo punto di vista, quello di Abbiate Guazzone non era stato un
atterraggio, per così dire, programmato, ma un vero e proprio
atterraggio d’emergenza, dettato dalla necessità assoluta di
riparare un settore esterno del congegno.
Quindi
sarebbe logico ipotizzare anche il fatto che il veicolo non avrebbe
potuto, né volare, né ripartire, senza le necessarie riparazioni o
avrebbe potuto farlo in condizioni tecnicamente menomate, tali da non
garantire la sicurezza dell’equipaggio.
Di
fatto quando il signor Bruno vide lo scintillio nell’oscurità dopo
essere uscito di casa, senza saperlo stava osservando il “meccanico”
dell’UFO già all’opera, perciò è pensabile - tenuto conto del
tempo che ci mise l'uomo prima di raggiungere il luogo, senza
dimenticare che probabilmente i “lavori” erano iniziati prima
del momento in cui il signor Bruno aveva varcato l’uscio di casa
- che sia arrivato in tempo per vedere la fase finale delle
operazioni di manutenzione.
Questa
ipotesi potrebbe essere confermata dal fatto che gli occupanti e
l’oggetto presero letteralmente "il volo” appena si resero conto di essere
stati scoperti, ergo, quando Facchini entrò in scena le riparazioni
erano finite.
Allora
perché tutta quella concitazione? Perché quegli scambi di
“gurr…gurr”
attraverso gli apparati di trasmissione individuali? Perché quel
gesticolare che servì solo ad impaurire il testimone? Perché
l’entità che aveva
in dotazione la “scatola” non la usò immediatamente mettendo
subito fuori combattimento l’intruso? Perché non seguire il
“solito” copione della fuga immediata evitando ogni contatto?
Per
tentare di capire proviamo a guardare la situazione dal punto di
vista delle entità cercando una risposta attraverso una valutazione
più attenta di alcuni particolari troppo a lungo trascurati.
Dal
racconto del signor Bruno estraiamo qualche particolare.
Il
primo riguarda il tipo di propulsione di quel congegno.
Il
ronzio simile ad un enorme alveare udito dal testimone quando la
macchina era appoggiata la suolo e l’aria estremamente calda che
egli percepì quando si avvicinò per farsi vedere dagli occupanti ci
fanno pensare ad una unità motrice estremamente energetica, ma
soprattutto poco schermata verso l’esterno.
Se
fossimo certi che quel vascello aereo era dotato di un classico
“reattore toroidale” di veschiana intuizione, che quella zona di
aria calda nella quale si era trovato il signor Bruno fosse dovuta
solo alla normale attività termica di un propulsore, esotico fin che
sai vuole , ma funzionante con carburanti chimici e con un ciclo
termico ben conosciuto (ciclo Brayton) potremmo senza dubbio arguire
che quelle entità avevano reagito in modo sproporzionato alla
minaccia subita.
Ipotizziamo
invece che quel mastodontico e misterioso congegno attingesse la sua
capacità cinetica da un propulsore utilizzante materiali molto
contaminanti o molto pericolosi per gli organismi viventi nel momento
del funzionamento, quello che, noi sappiamo bene, succede nei pressi
del reattore nucleare in una qualsiasi centrale atomica.
Sia
chiaro. Non sto affermando che quel veicolo funzionava con l’energia
atomica, ma
qualsiasi fisico può confermare che ci sono particolari elementi che
se portati al giusto grado di eccitazione emettono grandissime
quantità di energia sotto forma di calore e di radiazioni altamente
nocive per tutti gli esseri cellulari.
Allora
- se vogliamo credere al sig. Bruno - potrebbe benissimo essere
questo il motivo per cui le entità indossavano il loro pesante
scafandro anche quando - in teoria - avrebbero potuto farne a meno,
soprattutto perché impacciate nei movimenti, nel corso della loro
opera di manutenzione del veicolo.
Quegli
“uomini” dovevano proteggersi dalle emissioni dannose irradiate
nell’ambiente circostante dal propulsore del loro veicolo.
Propulsore che, pur funzionando al minimo, cioè in “idle mode”
aveva attorno a sé una “dangerous zone” invalicabile a chiunque
non fosse dotato delle necessarie protezioni.
Lo
stesso tubo da collegare al bocchettone del supporto vitale
(ossigeno) che penzolava inerte dalla parte anteriore del casco
dimostra che quelle entità stavano respirando aria e allora quale
altro motivo avrebbero potuto avere per indossare la loro pesante
protezione se non quella di ripararsi da emissioni letali in dosi
massicce ?
Il
secondo, strettamente correlato col primo,
fa capo a questa affermazione del sig. Bruno:”L’erba
in vari punti era appassita, come se vi avessero buttata dell’acqua
calda, o qualche acido…(omissis) … anche lui
(un amico che il
testimone portò sul posto. N.d.R.)
notava varie
chiazze di terreno senza vegetazione e altre chiazze di erba gialla e
striminzita.”
(3)
La
zona d’erba di cui parla il signor Bruno in una lettera indirizzata
a Renato Vesco
datata “6-9-1953”,
era ovviamente riferito alla porzione situata sotto la parte
inferiore del veicolo. (4)
Il
caso di Abbiate Guazzone non è l'unico in cui la vegetazione
testimonia il passaggio di qualcosa di esotico o di inusitato,
qualcosa che ha interagito pesantemente con la struttura molecolare
delle piante, un'area ristretta facilmente individuabile a
posteriori segno che il cambiamento di stato è irreversibile.
Facchini
giustamente mise in risalto questa anomalia per avvalorare le proprie
affermazioni. In quel punto qualcosa aveva avvizzito e fatto
ingiallire l'erba, qualcosa che probabilmente emetteva qualche tipo
di radiazione, che poteva essere anche o solo di origine termica,
in accordo con quanto affermato dal signor Bruno riguardo alla zona
di aria calda nei pressi del veicolo, ma che
avrebbe
potuto
avere qualche effetto
anche sul testimone se inavvertitamente si fosse avvicinato troppo al
misterioso congegno.
A
questo punto possiamo chiederci: in quale micro ambiente era
inconsapevolmente entrato il signor
Bruno
quando si avvicinò
alle entità?
Forse
si trattava di una zona permeata da valori energetici
capaci di
danneggiare gli organismi biologici? L’erba appassita sembrerebbe
confermarlo e gli ingombranti scafandri indossati dalle entità non
fanno altro che rafforzare questa ipotesi. Allora è anche lecito
pensare che la concitazione degli strani visitatori non fosse dovuta
soltanto alla inopportuna presenza dell’intruso ma anche al fatto
che senza alcuna protezione questo poteva subire danni fisici
rilevanti e/o irreparabili.
Quindi
è possibile che Facchini sia stato pericolosamente a rischio
avvicinandosi al veicolo?
Un
pericolo indipendente dalle azioni delle entità, che di fatto lo
hanno solo allontanato e (forse incidentalmente..) stordito? La
loro reazione - che ad uno sguardo superficiale aveva un’aria
minacciosa, in realtà potrebbe essere servita - in una situazione
surreale come quella - a salvaguardare l’integrità fisica
dell’incauto testimone.
Se
gli “uomini” del disco avessero avuto realmente intenzioni
intimidatorie, come aveva pensato Facchini, non si sarebbero
disinteressati immediatamente di lui, accelerando le operazioni di
partenza per andarsene insalutati ospiti.
A
meno che il signor Bruno non abbia nascosto informazioni vitali sulle
presunte intenzioni aggressive degli occupanti (cosa tutt’altro che
improbabile!), nulla fa pensare che, scoperto l'intruso, la loro
intenzione fosse quella di rapirlo, anzi, una volta neutralizzato e
tenuto fuori dall'area di pericolo lo abbandonarono allontanandosi
immediatamente col duplice scopo, di evitare di essere visti da altri
occhi che potevano osservarli dal buio circostante (le entità non
potevano sapere che il signor Bruno era solo) e di allontanare quanto
prima il loro veicolo da qualunque unità biologica non protetta.
Una
brutta faccenda
Il
mattino di martedì 25 aprile, il signor Bruno si svegliò dolorante
dopo una notte molto agitata. Avrebbe dovuto recarsi al lavoro ma si
rese conto che il dolore alla schiena era insopportabile, Per
rimanere a casa sarebbe stata necessaria una certificazione, perciò
si recò dal medico più vicino a farsi visitare e medicare la
schiena malamente offesa nella caduta della sera precedente quando
l' “air shot” che l'entità scafandrata gli aveva diretto contro
lo aveva fatto volare al suolo e poco dopo il potente soffio dei
“tubi trinati” lo aveva gettato di nuovo violentemente a terra.
Sul momento l'uomo aveva altro da pensare che valutare i danni fisici
ricevuti, ma il mattino successivo un largo ematoma nella regione
emitoracica e forti dolori intercostali testimoniavano quanto era gli
successo la sera precedente.
Fu
così che il dott. Vanzulli di Tradate, il medico che lo visitò, fu
il primo a conoscere i particolari di questo caso. Qualche mese dopo
il dottore ricevette una missiva da parte di Renato Vesco (5)
nella quale il ricercatore genovese gli poneva sostanzialmente due
quesiti:
Supponendo
che il Facchini avesse visto soltanto il: “piastrone
circolare ventrale “ di un disco inglese posato al suolo
“OBLIQUAMENTE” per facilitare la riparazione, era possibile che
<<…per la forte centrifugazione cranica, sotto l’influsso
della temporanea menomazione ed attenuazione dei “riflessi
psico-visivi>>, egli nello stato di semi-incoscienza
conseguente alla lenta ripresa dei sensi abbia sostituito
all’orizzonte effettivo un ORIZZONTE FITTIZIO (ossia relativo
alla sua posizione prona) e tale da indurlo inconsciamente a
considerare verticale una macchina che in realtà poteva essere
orizzontale o al massimo, alquanto inclinata?”.
“E’
inoltre possibile una amnesia parziale,
le cui conseguenze radicandosi nell’animo del soggetto(specie a
oltre due
anni dall’accaduto) contribuiscano a deformare inconsciamente ogni
ricordo ANTERIORE alla percossa, lasciando peraltro nel soggetto
l’assoluta certezza d’essere nel vero?”
(N.B. Le
sottolineature sono nel testo originale)
Questo
dimostra che solo pochi mesi dopo avere parlato col testimone Vesco
aveva elaborato un’analisi piuttosto raffinata del caso.
E’
interessante notare che le due richieste formulate al medico
riguardano la possibile conferma del reale aspetto del veicolo. In
effetti ciò che gli premeva era provare o meno se quella macchina
aderiva ai concetti tecnici della sua teoria sui dischi volanti.
Senza
entrare in particolari tecnici che richiederebbero più spazio di
quello che ci è concesso, è appena il caso di rilevare che quella
macchina non poteva essere appoggiata obliquamente perché la
risultante del peso sulla parte più caricata avrebbe fatto affondare
maggiormente le zampe di appoggio poste su quel lato, certamente il
sig. Bruno avrebbe notato e descritto questo particolare nella
lettera già citata, cosa che invece non fece.
Il
dott. Vanzulli rispose il 22 settembre 1953 con poche e laconiche
righe, vergate su un certificato ambulatoriale, con grafia quasi
illeggibile :
“Il
sig. Facchini da me visitato nel marzo (!) 1950 per affezione
toracica riportata in seguito (a detta del paziente) a getto gassoso
luminoso, non ha presentato nulla di obiettivabile né al torace,
dove il suddetto ha accusato a lungo dolore, né al restante
dell’organismo.”
Una
risposta che, a parte il comprensibile errore di data, getta una
luce completamente diversa sulle reali condizioni fisiche
post-avvistamento del sig. Bruno, facendoci capire anche che il dott.
Vanzulli oltre a non avere riscontrato sul momento nulla di
particolarmente preoccupante, deve avere avuto occasione di
controllare il Facchini anche in tempi successivi, la frase“dove
il suddetto ha accusato a
lungo
dolore” ci lascia intendere che il dottore ebbe modo di visitare Facchini anche in tempi
successivi all’avvistamento. Vicenda della quale non sappiamo
nulla per cui non possiamo nemmeno valutare quale fu il reale
decorso post-traumatico del testimone.
Purtroppo,
a quanto mi è dato sapere, nessuno ha più interpellato il dott.
Vanzulli perdendo così una preziosa testimonianza sugli aspetti
clinici di questo intrigante caso, lasciando nel vago una serie di
dati che avrebbero permesso valutazioni non secondarie
sull’incidenza nella sfera fisico-psichica del testimone provocata
dall’avvistamento.
Schegge,
leghe antifrizione e un portasigari smarrito
In
quelle prime ore il testimone si rese conto di avere perso sul luogo
dell'avvistamento il suo portasigari e la voglia di ritrovarlo fu,
probabilmente, la molla psicologica che lo indusse a tornare sul
luogo dove la sera precedente aveva vissuto la sua terrificante
avventura.
E’
palese che lui - come sarebbe capitato ad ognuno di noi in quelle
circostanze- cercava qualche conferma a ciò che gli era successo la
sera precedente.
Giunto
sul posto trovò parecchie cose: alcune impronte rettangolari,
dell'erba ingiallita e avvizzita e un certo numero di schegge
metalliche… ed anche il suo portasigari, a conferma che non aveva
sognato, l’incubo era realtà.
Ma
ora lascio la parola al signor Bruno: “
… segno delle impronte, n°4, alla distanza di metri 4 circa.
Misura dell'impronta 1 x 0,30 metri circa. Orlo diseguale (il terreno
era smosso sui lati per circa un metro)”.
(6)
Queste
poche parole ci forniscono un certo numero di informazioni.
Proviamo
ad analizzarle.
Le
impronte erano quattro, rettangolari e disposte ai vertici di un
quadrato di (circa) 4 metri di lato, da cui si deduce che il
congegno doveva essere di dimensioni piuttosto ragguardevoli e che
aveva capacità VTOL (Vertical Take Off and Landing). Con una base
d'appoggio così larga anche il peso doveva essere decisamente
considerevole.
Purtroppo
Il signor Bruno non ci fornisce la profondità (stimata) in cm delle
impronte altrimenti avremmo potuto tentare di calcolare il peso
approssimativo del veicolo.
Notevole
il particolare dell' “orlo
diseguale”.
Questo significa che il congegno arrivò a contatto col suolo con
una traiettoria praticamente verticale, però nel “touch down”
non appoggiò tutto il suo peso contemporaneamente sulle quattro
zampe d’appoggio ma toccò con un leggerissimo angolo di
sbandamento. Cioè l’enorme massa si era appoggiata prima su due
punti e un attimo dopo aveva messo giù anche gli altri,
un’inezia, ma la risultante del peso aveva lasciato la sua firma
sul terreno.
Eccezionale
poi il particolare del “terreno
smosso sui lati per circa un metro”.
Questo
è un dettaglio (7)
che il signor Bruno mette in risalto perché probabilmente intuì il
motivo di quella stranezza avendo visto da vicino il decollo del
congegno.
Quel
terreno smosso era la dimostrazione che il misterioso apparato non
era decollato con una traiettoria perfettamente verticale. In
pratica quando il propulsore fornì la potenza necessaria, il
pesante veicolo si sollevò di appena qualche centimetro poi
sfrecciò in diagonale quando la parte inferiore dei piedi
d'appoggio non era ancora uscita dall'impronta che essa stessa aveva
fatto nel terreno. Confermando le dichiarazioni e la descrizione del
decollo fatta dal signor Bruno.
E
ancora: “'Non
vidi camicia di terracotta, gesso od altro. I tubi erano interamente
metallici. Il frammento l'ho raccolto la mattina dopo sul posto. Non
le posso dire se faceva parte – interna o esterna – dei tubi o di
qualche altra parte.”
(8)
I
tubi trinati periferici: un mistero nel mistero.
Il
signor Bruno prima di fare la sua inattesa entrata sul teatro
dell'avvistamento era rimasto nascosto dietro al suo cespuglio per
una decina di minuti, da lì aveva avuto modo di osservare la
stupefacente scena che si presentava ai suoi occhi in modo
abbastanza dettagliato. Al suolo le due entità scafandrate che si
aggiravano goffamente come impegnate in un controllo della base del
veicolo e/o della zona direttamente adiacente ad esso, in alto
dall'altra parte c’era l'essere che usava quella specie di
saldatore proprio accanto ai tubi.
Renato
Vesco che nel 1953 fu il primo ad espletare un’inchiesta.
Inizialmente era rimasto molto colpito dalla descrizione, perché
sapeva benissimo che il signor Bruno non poteva essersi inventato
particolari come la struttura del terminale a tridente (trinata)
dei condotti di scarico o la conformazione a “ugello de Laval”
della parte finale di ogni tubo. Già
all'epoca era all’affannosa ricerca di conferme alla sua teoria dei
“dischi volanti made in England” e il caso Facchini lo attrasse
immediatamente proprio per la quantità di particolari tecnici che il
testimone aveva esposto nella sua testimonianza.
Facchini
e Vesco si scambiarono un certo numero di missive, prima e dopo la
visita che il ricercatore genovese aveva fatto al signor Bruno
domenica 9 agosto 1953.
E’proprio
da queste lettere che ho tratto le dichiarazioni che ci guidano in
questa analisi.
Comunque,
quando Vesco seppe che l'oggetto aveva una serie di ugelli periferici
che nel terminale si dividevano in tre quasi vacillò,perché a prima
vista questo aspetto contraddiceva pesantemente la sua teoria delle
turbine toroidali e della portanza reattiva.(9)
Poi
fece un rapido ragionamento. Quegli sfoghi, si disse, non potevano
servire per la propulsione, per due motivi: il primo era di ordine
dinamico; quei condotti si diramavano radialmente rispetto al centro
del veicolo quindi non potevano contribuire alla sua rotazione non
avendo la direzione del vettore di spinta una direzione tangenziale
all'asse orizzontale del veicolo, il secondo riguardava la
conformazione a tridente.
Il
flusso fluido che percorreva quei condotti veniva improvvisamente
fatto decelerare proprio nel punto in cui avrebbe dovuto creare la
spinta. Era questa la contraddizione tecnica che Vesco non riuscì a
risolvere.
Quei
condotti terminavano tutti con un “de Laval”, ovvero col classico
ugello usato in tutti i propulsori con flusso supersonico come quello
dei motori a razzo, ad esempio, ma di fatto la colonna fluida in
uscita da quegli ugelli dividendosi in tre creava un punto di
stagnazione che diminuiva sensibilmente la velocità della vena
fluida principale, vanificando in parte l'efficacia dei “de
Laval”.
Curiosamente
la descrizione fatta dal signor Bruno si adattava molto bene ad un
disco volante del tipo progettato nel 1955 dall’ ing. Thomas
Turner dipendente della ditta americana Republic
Aviation Corp. che comparve sulla rivista Look del 14 giugno del
1955 e ripreso in Italia poco dopo dal settimanale Tempo.
Vesco,
in una missiva indirizzata al Col. Marzocchi definì “infantile”
la particolare conformazione di quei fasci di ugelli, provocando una
risentita risposta scritta da parte di Facchini (10)
e successiva spiegazione di Vesco che ribadiva di riferirsi alla
conformazione tecnica dei tubi , non alle dichiarazioni del
testimone.. (11)
Falliti
i tentativi di definire il caso attraverso i riscontri medici sul
testimone e tecnici su uno dei particolari tecnici più eclatanti (i
tubi) a Vesco non restava altro che concentrarsi sulle schegge
metalliche che il signor Bruno aveva rinvenuto sul luogo
dell’atterrraggio.
Il
15 agosto 1953 Vesco scriveva a Facchini:”Ho
scritto al Laboratorio Chimico Tecnologico del Ministero a Roma per
l’analisi dei frammenti (sperando inoltre di poter mettermi in
contatto col perito ministeriale che vi interrogò nel ’52) ma
inutilmente, almeno per ora nell’incertezza se il silenzio sia da
ascrivere ad un tacito rifiuto ovvero alla nota lentezza della
burocrazia statale, ho preferito non attendere ancora e mi sono
rivolto – con successo- all’Istituto Sperimentale per i Metalli
Leggeri di Milano. Attualmente i frammenti sono in viaggio per il
laboratorio di Novara e spero, per la fine del mese, di pervenire in
possesso dei dati sull’analisi chimica, che vi comunicherò
sollecitamente.”
Vale
la pena notare l’accenno al
“perito
ministeriale”
che interrogò il Facchini nel corso dell’anno precedente (uno dei
tanti…) e l’affermazione
“Attualmente
i frammenti sono in viaggio per il laboratorio di Novara…”
in realtà Vesco spedì all’ISML tre dei quattro frammenti in suo
possesso allegati ad una lettera datata il successivo 3 settembre
1953.
Il
motivo di questa comunicazione “anticipata” possiamo forse
individuarlo nel timore che il ricercatore genovese può avere avuto
di una richiesta di restituzione immediata del materiale da parte del
testimone, vista la sua facile irritabilità e permalosità.
“Genova,
18 agosto1953. In data 9/8 c.a. mi sono recato ad Abbiate Guazzone
(prov. Di Varese) per ricevere in consegna alcuni piccolissimi
frammenti di metallo che appartennero SICURAMENTE ad un aeromobile
discoidale supersonico (volgarmente conosciuto come “Disco
Volante”) osservato colà al suolo per breve tempo in avaria nel
marzo (!) 1950.”
Questo era l’incipit
della lettera con la quale Renato Vesco prendeva contatto con
l’Istituto Sperimentale Metalli Leggeri /ISML) di Milano per
richiedere l’analisi sulla :”composizione
chimica (qualitativa e quantitativa) di detto metallo o lega
sconosciuta.”
(12)
Vorrei
evidenziare l’errore di data riferito all’avvistamento (come il
dott, Vanzulli anche Vesco indica il mese di marzo invece di aprile)
e la definizione “lega
sconosciuta”
usato ancor prima di conoscere i risultati delle analisi che Vesco
stesso andava a richiedere.
L’ISML
rispondeva in data 01 settembre 1953:”
In riferimento
alla Vostra del 18-8 u.s. Vi comunichiamo che prendiamo in
considerazione la Vostra richiesta e pertanto vogliate inviarci il
campione da Voi annunciatoci.”
Due
giorni dopo, il 3 settembre Vesco replicava:”
In riscontro alla Vostra lettera accludo alla presente i frammenti
metallici (dalla presumibile composizione omogenea) di cui alla mia
precedente lettera:
…non
ho potuto reperire frammenti di maggiori dimensioni.
…Ho
trattenuto un quarto frammento (di pari dimensioni) a titolo di
testimonianza ma, se necessario , a richiesta Ve lo spedirò a
stretto giro di posta.”
Così
iniziò l’iter delle prime analisi sui reperti metallici di Abbiate
Guazzone.
Nessuno
ha mai capito con esattezza quanti frammenti e di quali dimensioni il
sig. Bruno abbia raccolto sul luogo dell’avvistamento, resta il
fatto che molti di coloro che negli anni si sono interessati a questo
caso e sono andati a trovare il sig. Bruno si sono portati via a
vario titolo uno o più di quei frammenti.
“Milano,
30 settembre 1953. Istituto Sperimentale dei Metalli Leggeri.
Rapporto n. 530954 /
4157.
Oggetto:
ESAME DI ALCUNI FRAMMENTI METALLICI ATTRIBUITI A UN “DISCO VOLANTE”
questo era il
frontespizio del rapporto di tre pagine che l’ISML aveva inviato a
Vesco. All’interno, al punto 2) “Esame
del campione”
si poteva leggere: “Il
campione ricevuto era costituito da tre piccoli frammenti metallici
(…) I frammenti suddetti avevano una colorazione bianco-giallastra
e un peso totale di 1.64g (…) Il peso specifico medio determinato
con la bilancia idrostatica, risultò di 8.975 g/cmc”.
Al
successivo punto 3) era descritto l’ “Esame
analitico”:
“Allo
scopo di identificare quali fossero gli elementi presenti nel
materiale in esame, l’analisi chimica quantitativa è stata
preceduta da un esame spettrografico qualitativo, il quale ha
rivelato la presenza dei seguenti elementi:
Cu
(Rame); Sn (Stagno); Pb (Piombo) :
in quantità rilevanti
Ni
(Nichel); Sb (Antimonio); Zn (Zinco) : impurezze
sensibili
Fe
(Ferro); Ag (Argento :
tracce
Al
(Alluminio); Mg (Magnesio) : tracce
minime
I
risultati dell’analisi chimica sono stati i seguenti:
Cu
% 74.33
Sn
% 19.38
Pb
% 4.92
Sb
% 0.52
Ni
% 0.08
Fe
% 0.02
Zn
% 0.33
I
frammenti in oggetto sono pertanto costituiti da un bronzo al piombo
da cuscinetti, ad alto tenore di stagno.”
Al
punto 5) c’erano le “Conclusioni”:
“Gli
esami hanno permesso di rilevare che i frammenti in oggetto sono
costituiti da un bronzo al piombo ad alto tenore di stagno del tipo
da cuscinetti. Non è stata rilevata la presenza di di elementi rari
o comunque anormali per una lega del tipo.
E’
molto probabile che i frammenti sottoposti al nostro esame provengano
dallo strato di guarnizione di un cuscinetto portante molto
sollecitato.”
Una
comunissima lega antifrizione, quindi, utilizzata estesamente in
tutta l’industria meccanica.
Per
Vesco fu il colpo decisivo, mise da parte tutta la faccenda e non se
ne occupò più per tutta la vita.
Ma…
se noi andiamo a vedere le tabelle di utilizzo delle leghe
antifrizione, scopriamo che le leghe a base di:
Rame
80-90 % ; Stagno 5-12 % ; Piombo 0-10 %; Zinco 0-5 %; sono
quelle che hanno un punto di fusione che va da 327° a 1000° Celsius
e sono definite “leghe ad alta velocità”, indicate per
cuscinetti molto cementati.
Questo
potrebbe farci dedurre indirettamente che sul misterioso veicolo quel
materiale era sistemato su una parte mobile in rotazione veloce
oppure tra due parti in rotazione lenta ma con sviluppo radiale molto
ampio, mentre tutto ciò che vide il sig. Bruno era assolutamente
fisso.
Come
si spiega tutto ciò?
Forse
il “meccanico“ scafandrato sull’elevatore non lavorava sui
tubi ma sulla parte bassa della struttura superiore, quella che il
sig Bruno non riusciva vedere perché immersa nel buio, quella dove
poteva, o forse doveva, esserci la struttura discoidale nella quale
qualcosa di grande diametro ruotava creando la stabilità giroscopica
e la forza propulsiva del velivolo, La parte nella quale quella lega
antifrizione avrebbe avuto l’importantissimo compito di diminuire
gli attriti tra le due sezioni a contatto.
Se
parte di quella lega per qualche motivo si fosse disgregata, se
avesse perso la sua omogeneità, il rischio di una “failure”
meccanica di tipo catastrofico sarebbe diventata estremamente
probabile, con conseguenze facilmente immaginabili, per l’equipaggio
e per il velivolo.
In
questo modo si spiegherebbe quell’improvviso atterraggio nel bel
mezzo della campagna ed anche l’urgenza di ricostruire
immediatamente il piano di scorrimento, dopo avere tolto il materiale
in avaria (le schegge ritrovate dal Facchini).
Purtroppo
questo scenario impone anche un dubbio.
Bruno
Facchini era un operaio che a quel tempo lavorava in un’industria
meccanica della zona.
Nessuno,
che io sappia, si è mai preoccupato di sapere cosa produceva
quell’industria e questa è una lacuna che dovrebbe essere colmata
al più presto per fugare il sospetto che - per avvalorare e rendere
maggiormente tangibile la propria esperienza - il sig. Bruno abbia
pensato di procurarsi un po’ di materiale di scarto proveniente
dalle lavorazioni della ditta dove lavorava per spacciarlo come un
residuo proveniente dal “disco”.
Non
sarebbe stata né la prima, né l’ultima volta che una simile
azione veniva abbinata ad un avvistamento UFO.
Partendo
dal famoso ed inestricabile caso della Maury Island (1947), passando
per il caso Ubatuba (1957) e proseguire fino ai giorni nostri
attraverso decine di casi in cui i testimoni, vittime della loro
esperienza fuori dal normale, nel timore di non essere creduti
presentavano “la prova” della loro buona fede .
Se
fosse possibile, le stesse analisi chimiche dell’ISML dovrebbero
essere ripetute, anche per confutare o avvalorare, un’altra
analisi (parziale), effettuata su un frammento,, al termine degli
anni ’90, da un laboratorio chimico privato, al quale risultava un
peso specifico molto vicino a quello del mercurio (13)
e la disgregazione
effettuata in bagno di acido fluoridrico aveva richiesto,
stranamente, più di 40 ore mentre gli unici due elementi che si era
riusciti ad isolare erano:
Ni
(Nichel) % 0.48 : presente al 0.08 % nelle analisi
dell’ISML
Co
(Cobalto) % 0.20 : totalmente assente dalle analisi
dell’ISML
Pur
considerando i possibili errori di un laboratorio privato, non è
comunque lecito sottovalutare la possibilità che - se fatte
analizzare nel loro complesso - quelle schegge avrebbero potuto
mostrare caratteristiche chimiche diverse le une dalle altre,
gettando - nell’ipotesi - una luce completamente diversa su tutta
la questione del ritrovamento dei residui metallici.
Note
(1)
R. Vesco ; Dalle
“bombe a falce” ai “satelliti artificiali” - La Gazzetta del
Lunedì, 25 ottobre 1954
(2)
Su dove fosse realmente posizionata la “scatola nera” simile ad
una macchina fotografica che utilizzò l’entità per indirizzare
verso Facchini il potente getto che lo fece ruzzolare al suolo
nessuno lo ha capito con precisione.
La
più gettonata è quella che individua l’oggetto a tracolla
dell’essere scafandrato e quindi circa all’altezza del petto.
Nel rapporto redatto a metà nel maggio 1973 da due giovani
ricercatori del Gruppo RIGEL 2001 si leggee che il Facchini localizzò
la “scatola” nei pressi della cintola, mentre in un rapporto
“confidenziale” redatto da un ricercatore indipendente dopo una
visita fatta al testimone nel luglio 1981 si legge che: “…
fatti pochi passi, si sentì colpire nel bel mezzo della schiena da
“qualcosa” che lo fece ruzzolare a terra…”.
Nel rapporto si
legge:”Chiedo al
Facchini qualche dettaglio sulla misteriosa macchina fotografica a
tracolla dell’uomo che gli si rivolse e che, a detta di alcune
versioni dei fatti, sarebbe stato lo strumento con cui il testimone
avrebbe subito il pesante avvertimento, che lo avrebbe fatto
ruzzolare a terra. Mi sento rispondere che lui non vide nessuna
macchina fotografica, o qualcosa di simile, ed è dell’opinione che
quell’uomo gli abbia tirato addosso un getto di aria compressa”.
(3)
Da una letttera
indirizzata a R. Vesco il 06 settembre 1953
(4)
Riguardo ai danni
arrecati al suolo dall’enorme congegno è bene non dimenticare che
anche le schegge di materiale antifrizioso ritrovate il mattino
successivo dal Facchini dovevano essere piuttosto calde al momento
della caduta al suolo mentre l’entità posizionata sull’elevatore
stava facendo il suo lavoro
e questo ha
naturalmente modificato l’aspetto dell’erba sottostante.
(5)
Il 16 settembre 1958,
Vesco indirizzò al dott. Vanzulli una lunga lettera nella quale
dopo una estesa spiegazione del caso ed una congrua presentazione di
sè stesso, richiedeva chiarimenti riguardo alle condizioni cliniche
del Facchini, premettendo che lo stesso poteva essere stato vittima
di una forte accelerazione dovuta al colpo subito. Ecco cosa
scrisse:” Il sig
Facchini asserisce che la percossa (probabilmente un colpo di
“pistola” spaziale a razzo individuale per la locomozione nello
spazio a-gravitazionale)fu talmente violenta da lanciarlo a qualche
metro di distanza, togliendogli temporaneamente i sensi.
Logicamente
– proseguiva Vesco –
una forza
applicata al centro del corpo induce su questo una rotazione intorno
ad un punto fisso ideale rappresentato dalla zona di contatto
“piedi-suolo”e ad esso si sovrappone una spinta agente in senso
parallelo al terreno e nella direzione stessa del “getto gassoso.
Come
conseguenza fisiologica si dovrebbe avere una violenta
centrifugazione della testa con influenza sugli otoliti in
particolare e sul sistema labirintico in generale.”
In pratica l’effetto che la medicina aeronautica chiama
DISORIENTAMENTO SPAZIALE..
(6).
Vedi rif. Nota 1
(7)
E’ curioso notare
che Facchini non ha mai messo in risalto i danni alla vegetazione
che lui stesso, le pesanti tute metalliche che indossavano le entità
e l’appoggio del carrello elevatore che sosteneva l’individuo
che usava il “saldatore” avevano fatto alla vegetazione del
campo. Nella lettera scritta Vesco il 6-9-1953 Facchini scrive:”…in
seguito condotto sul posto un mio intimo amico, il commerciante (……)
abitante a Tradate, anche lui notava varie chiazze di terreno senza
vegetazione ed altre chiazze di erba gialla e striminzita.” Quindi,
com’è logico che sia, Facchini è tornato sul posto molte volte ,
anche con persone di sua fiducia, alle quali avrebbe potuto chieder,
in caso di necessità, di confermare quanto da lui dichiarato.
Presumibilmente, in
queste occasioni avrà spiegato ai suoi accompagnatori la dinamica
del fatto, quali erano le sue tracce, dove e quali erano le orme
lasciate alle entità (ricordo che al momento dell’avvistamento il
terreno era molle a causa del temporale appena passato), dove erano
le tracce dei punti d’appoggio dell’elevatore. E’ normale che
lui abbia fornito i dettagli della sua vicenda, come sarebbe stato
normale che dopo essere stato gettato due volte a ruzzolare nell’erba
bagnata avesse fatto accenno ai suoi abiti umidi. Invece non ho
trovato dichiarazioni su questi particolari, né dirette, né
indirette.
(8)
Vedi rif. Nota 1
(9)
Il fondamento tecnico
della teoria veschiana era basato su questi due capisaldi tecnici.
Per
Vesco la stabilità dinamica dei “dischi” era dovuta alla loro
rotazione attorno all’asse verticale della struttura,data la nota e
sperimentata inabilità dinamica (stallo laterale) dell’ala rotonda
fissa (instabilità laterale delle ali a basso allungamento).
La
stabilità dinamica però era la diretta conseguenza di soluzioni
tecniche a livello propulsivo che rendevano efficace la forma a disco
anche nelle prestazioni di volo.
Soluzioni
che prevedevano un propulsore toroidale (il “ toro” è un
solido cilindrico sviluppato su una circonferenza che è anche
l’asse principale del cilindro stesso) al posto dei classici
turboreattori assiali che equipaggiavano i primi reattori del
dopoguerra, dotato quindi si una turbina rotante ad alto numero di
giri attorno all’asse del velivolo, capace di produrre la potenza
propulsiva e la stabilità dinamica con l’effetto giroscopico.
La
grande potenza ottenibile con questa soluzione avrebbe reso possibile
realizzare il concetto della portanza reattiva che avrebbe reso il
“disco” completamente indipendente dalla classica portanza
aerodinamica.
Per
capire il concetto di portanza reattiva possiamo pensare alla fase di
decollo verticale di velivoli come l’Hawker Siddeley Harrier o il
Lockheeed F-35 nella quale il velivolo si solleva da suolo solo in
virtù della spinta del propulsore e dei relativi getti orientati
verso il suolo.
In
realtà il concetto tecnico veschiano è molto più complesso e
prevede soluzioni tecniche, come la “suction” il volo ad
“incidenza negativa” e molto altro, che motivano le fantastiche
prestazioni di volo dei “dischi volanti”.
(10)
Nella lettera a Vesco del 6-9-1953 Facchini scriveva irritato:”In
merito ai tubi da Lei definiti infantili,
da quelli ne ho sentita la loro possente forza, credo vorrà scusare
la maniera rude del mio scritto, però leale.”
(11)
In ogni caso Vesco non
riuscì a venire a capo della curiosa conformazione dei tubi
periferici dell’UFO di Abbiate Guazzone . Nel 1972, nel suo terzo
e ultimo libro pubblicato “Operazione Plenilunio” nel paragrafo
dedicato al caso Facchini, all’inizio del capitolo “Un modello di
astronave alla mostra. <<Britain can make it>>” è
presente una possibile spiegazione:
“Si
trattava forse di un particolare tipo di Vernier- Rockets, ossia dei
cosiddetti razzi ausiliari di assetto, largamente impiegati dagli
anglosassoni per la stabilizzazione in volo o al decollo di grandi
razzi, satelliti orientabili e veicoli spaziali. Infatti soffiarono
poderosamente all’atto del decollo.”.
Interessante
deduzione, ma i Vernier Rockets, (molto noti sono i Rocketdyne
LR101-NA diretti derivati del progetto originale firmato dal famoso
Capt. Bob Truax, i quali, tra l’altro, furono impiegati
sull’ATLAS SM-65 ICBM. Avevano 450 kg/spinta con un peso di 33 kg,
il propellente era composto da LOX-RP1, cioè ossigeno liquido e
kerosene altamente raffinato), oggi conosciuti come “thrusters” e
noti anche come “attitude control rockets”, vengono posizionati
in punti precisi della struttura per ottenere un bilanciamento delle
masse rispetto al baricentro del veicolo nelle situazioni di volo
più critiche sotto il profilo dell’equilibrio dinamico del veicolo
stesso.
Certamente
non sono posizionati a raggiera, (in genere sono installati
singolarmente o a “pacchi”) non hanno condotti di scarico lunghi
e trinati, ma hanno una spinta relativamente bassa che serve per
aggiustamenti minimi della traiettoria.
No,
decisamente la “…raggiera
di grossi tubi che sporgevano per una cinquantina di centimetri,
grossi come quelli delle nostre stufe…”
(R. Vesco : Operazione Plenilunio) doveva avere un’altra funzione
che non quella di operare come “attitude control system”.
(12)
E’ interessante
notare che nel suo libro “Operazione Plenilunio” Vesco
scrive:”…l’Autore
(cioè lui stesso. N.d.A.) fece in seguito analizzare alcuni
frammenti metallici prelevati da una scheggia ancora conservata dal
Facchini.” Questo
farebbe pensare che i vari pezzi del materiale ritrovato da Facchini
fossero di dimensioni più grandi dei frammenti che lo stesso aveva
distribuito a quasi tutti coloro che lo avevano interpellato di
persona. Se
così fosse si potrebbe anche arguire che l’entità impegnata nella
riparazione, dopo avere tolto il materiale ormai inutilizzabile
facendolo cadere a terra aveva iniziato l’opera di ripristino.
Certo questo scenario non depone a favore della capacità delle
misteriose entità di mantenere il loro segreto.
Se
realmente quella ritrovata dal Facchini fosse stata una lega di tipo
rivoluzionario l’errore commesso dai tre “piloti” sarebbe stato
enorme. Ed in ogni caso per non lasciare tracce tangibili sarebbe
bastato che una delle due entità impegnate nell’ environmental
monitoring around
avesse raccolto in un contenitore i residui metallici della
riparazione. Perché non lo hanno fatto? Probabilmente perché
l’entrata in scena di Facchini ha provocato un’urgenza tale che
era più importante ripartire che perdere ulteriore tempo per
raccogliere le scorie metalliche residue. E’ anche possibile che
le tre entità volessero lasciare sul posto traccia del loro
passaggio o che non gli importasse nulla visto che lasciavano dietro
di loro una comunissima lega di bronzo al piombo.
(13)
Il peso specifico del Mercurio e pari a 13.6 g/cmc, mentre il peso
tabellare del Bronzo al Piombo va 8.8g/cmc a 9.5 g/cmc. Come si può
constatare il peso specifico dei frammenti misurato dall’ISML era
8.975 g/cmc, perfettamente in linea col peso tabellare.
Bibliografia
Renato
Vesco : I Velivoli del Mistero – Mursia 1969
Renato
Vesco : Operazione Plenilunio – Mursia 1972
Renato
Vesco : Scritti e missive private
Giuseppe
Stilo : Scrutate i Cieli – Ed. UPIAR 2000
Maurizio Verga: When
Saucers came to Earth – Ed. UPIAR 2007
Archivio
CISU: Lettere e documenti vari
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