martedì 17 luglio 2018




             Beechcraft C- 45 AMI        
     Foto Starnini Sandro

Una storia fantastica


Questa potrebbe essere una storia immaginaria raccontata in modo da sembrare reale, ma... potrebbe anche non essere così.

Arrivai in un aeroporto del centro-sud dell'Italia nel primo pomeriggio di una bellissima giornata primaverile.
Declinai le mie generalità al corpo di guardia e la sbarra si alzò immediatamente.
Mi informarono che il mio accompagnatore mi attendeva nella palazzina comando.
Era un tenente colonnello istruttore sui Piaggio P-180, ormai prossimo al termine della carriera di volo, un pilota con più di ventimila ore all'attivo.
Io, titolare di un semplice brevetto di pilota privato provai un leggero disagio, che scomparve immediatamente dopo i primi convenevoli.
Mi accolse con estrema cordialità e dopo avermi offerto il caffè al bar del Gruppo cominciò a farmi da cicerone per mostrarmi tutti i luoghi più importanti e storici della base.
Ma io non ero li per fare un tour dell'aeroporto e quel tenente colonnello non mi era stato assegnato per caso.
Qualche mese prima avevo fatto specifica richiesta agli uffici competenti dell'Aeronautica Militare per ottenere informazioni sui voli “ferret” (1) compiuti da velivoli italiani negli anni '50 della Guerra Fredda, con l'obiettivo di scrivere un articolo per una nota rivista aerospaziale italiana.
Cosciente di avere chiesto ragguagli su un argomento molto specifico e particolare, non mi sorpresi del ritardo nella risposta, d'altra parte, confidavo sul fatto che le informazioni di mio interesse riguardavano un periodo ormai molto lontano nel tempo e nella storia, anche se è noto che i militari valutano queste cose con un metro sconosciuto a tutti gli altri abitanti di questo pianeta.
In ogni caso, la risposta arrivò ed ora ero li, dopo avere passato la mattinata in un museo dell'aviazione a parlare con un altro tenente colonnello che mi aveva descritto come facevano gli F-84G/F di Ghedi, Villafranca ed Istrana a compiere periodiche missioni “ferret” spingendosi in alcuni casi fino al Lago Balaton, situato a ovest di Budapest (Ungheria) senza farsi abbattere. Per farmi capire bene mi fece salire a bordo dell'F-84G che ora è in mostra nel museo con la livrea della pattuglia acrobatica delle Tigri Bianche, e mi mostrò il primitivo sistema di puntamento e acquisizione bersaglio in dotazione al velivolo: il radar AN/APG 30 che all'epoca era il top della tecnologia avionica.

                         
                                       Republic F-84G con la classica livrea delle Tigri Bianche

Ero li, col preciso obiettivo di farmi descrivere quale tipo di missioni effettuavano, con quali velivoli e con quali target.
Il tour dell'aeroporto terminò, su mia richiesta, in un settore al margine della base nel quale c'erano alcuni aerei dell'Aeronautica Militare radiati in vari periodi: un T-6 Texan, un C-47 e un DC-6B. 
Ero interessato a valutare il tipo di visibilità dall'interno del velivolo, il mio accompagnatore mi accontentò, facendomi salire nei cockpit.
Poi tornammo alla palazzina comando ed io cominciai l'intervista col tenente colonnello.
Le risposte che ricevetti furono interessanti e deludenti allo stesso tempo.
Nel periodo in cui lui fu impegnato in quel genere di missioni era sempre stato ai comandi del Beech C-45 Expeditor nella versione fotografica, modificata con finestrature per il posto dell'osservatore posizionato nel muso.


                             I C-45 Expeditor dell'Aeronautica Militare Italiana

I voli  duravano molte ore ed avevano come obiettivo sistematico il controllo e il rilevamento fotografico di porti e aeroporti della Jugoslavia.
A bordo, in ogni missione “ferret”, c'era sempre un esponente qualificato dei servizi segreti che figurava ufficialmente come membro dell'equipaggio in funzione di tecnico dell'Istituto Geografico Militare (IGM) addetto al controllo, rilevamento e aggiornamento dei confini territoriali italiani.
In realtà varcato il limite delle acque territoriali il finto tecnico dell'IGM prendeva il comando indicando qual'era il vero target  di giornata. Quando i centri di controllo radar del nemico richiedevano spiegazioni sullo sconfinamento, il comandante dichiarava invariabilmente  problemi alla strumentazione del velivolo, provocando fatalmente l'invio di due caccia che riconducevano pazientemente lo “smarrito” di turno sulla strada di casa.
Era un gioco delle parti, noi giocavamo con loro e velivoli del blocco est facevano la stessa cosa con noi.
Quello che prevalentemente interessava noi e loro erano i tempi di reazione delle sezioni QRA (3) della fascia adriatica e delle sezioni di intercettazione delle nazioni del Patto di Varsavia che periodicamente venivano messe alla prova con "innocue" invasioni, improvvise e inaspettate, dello spazio aereo nemico.
Ormai la mia visita era giunta al termine. Prima di congedarmi chiesi:”Ma nel corso di queste missioni le è mai capitato qualcosa di indimenticabile?”
Lui ci pensò qualche attimo poi disse:”Si, una volta. Eravamo di ritorno da una missione e già ampiamente sul territorio italiano. Era una bellissima e freddissima giornata invernale, meteo CAVOK (4), la classica tempesta di sereno.
 Ormai mancava poco all'atterraggio. A bordo, dopo molte ore di tensione e dopo essere stati riaccompagnati nei nostri confini territoriali, stranamente, da due caccia sovietici, cercavamo di rilassarci un po'. Ad un tratto l'osservatore posizionato nel vano anteriore ci interruppe eccitato:”Guardate un po' a ore 10 chi sta venendo a darci il benvenuto!”.
Istintivamente guardammo tutti in alto a sinistra e là c'erano nove puntini scuri in perfetta formazione scalata verso l'alto che ci stavano piombando addosso in rotta di collisione a velocità decisamente supersonica.


                            La postazione dell'osservatore sui C.45 A.M.I.

Gridai immediatamente nell'interfonico avvisando l'equipaggio di prepararsi ad una imminente manovra di scampo. Afferrai saldamente la cloche e, con gli occhi fissi su quei bolidi, ad ogni secondo più vicini, cercai di valutare il momento in cui avrei dovuto buttare violentemente il velivolo in una virata picchiata per evitare una catastrofica "mid air collision".
Non ebbi neppure il tempo di settare l'aereo che negli auricolari udimmo ancora  l'osservatore gracchiare:”Ci passano a lato!”.
Infatti mi resi conto anch'io che quella velocissima formazione ci stava sfilando  nel settore di babordo,  però abbastanza vicina da far rollare l'aereo col "buffeting" provocato dalla loro onda d'urto.
Quando furono al nostro fianco incrociandoci con rotta opposta li vedemmo bene: erano enormi parallelepipedi che si muovevano ad altissima velocità mantenendo una formazione impeccabile”.
Parallelepipedi?” - chiesi sbalordito.
Si. Immagini degli enormi scatoloni per frigoriferi”.
Ma...” - biascicai sempre più sorpreso.
Non c'era traccia di appendici aerodinamiche - proseguì lui senza enfasi - nè di prese d'aria motore, nessuna evidenza di attività propulsiva, nessuna scia e nessun rumore che sovrastasse quello dei nostri due P&W “Wasp Junior” da 450 HP. Erano semplicemente degli enormi scatoloni che si muovevano in perfetta formazione e con moto assolutamente rettilineo, a folle velocità. Naturalmente prima dell'atterraggio ne parlammo tra noi cercando le possibili cause di quell'improbabile incontro. Ci sforzammo di considerare tutte le possibili ipotesi. Forse qualcuno – magari un C-119 (2) - ad una quota superiore alla nostra aveva perso una parte del carico, o forse qualcun altro stava collaudando un nuovo tipo di aereo, forse la stanchezza e lo stress del volo ci avevano procurato un'allucinazione collettiva. Forse, forse....Resta il fatto che in quel settore l'unico aereo rilevato dai radar era il nostro Expeditor. Capisco la sua sorpresa, ma io posso solo riferirle quello che ho visto. Altro non so”.
Lo salutai con la promessa che ci saremmo rivisti, ma per una lunga serie di motivi quella promessa non sono riuscito a mantenerla.

RR

Note

  1. Ferret – Code Name in uso nel blocco occidentale per definire le missioni di spionaggio aereo compiute nel corso della Guerra Fredda.
  2. Il bimotore da trasporto Fairchild C-119 era chiamato Flying Boxcar (Vagone Volante), un nickname che curiosamente si abbina perfettamente con questa storia.
  3. Quick Reaction Alert
  4. CAVOK - Ceiling and Visibility OK.
E' vietata la riproduzione anche parziale
 
English version

                                                          A fantastic story


This may be a fictional story told in a way that feels real, but ... it may not be.

I arrived at an airport in central-southern Italy in the early afternoon of a beautiful spring day.
I declined my personal identity to the gatehouse and the bar went up immediately.
They informed me that my companion was waiting for me in the command building.
He was an instructor lieutenant colonel on the Piaggio P-180s, now nearing the end of his flying career, a pilot with more than twenty thousand hours under his belt.
I, owner of a simple private pilot's license, felt a slight discomfort, which disappeared immediately after the first pleasantries.
He welcomed me with extreme cordiality and after offering me coffee at the bar of the Group he began to guide me to show me all the most important and historical places of the base.
But I wasn't there for a tour of the airport and that lieutenant colonel was not assigned to me by accident.
A few months earlier I had made a specific request to the competent offices of the Italian Air Force to obtain information on "ferret" flights (1) carried out by Italian aircraft in the 1950s of the Cold War, with the aim of writing an article for a well-known aerospace magazine Italian.
Aware of having asked for information on a very specific and particular topic, I was not surprised by the delay in answering, on the other hand, I was confident that the information of my interest concerned a period now very distant in time and history, even if it is I notice that the military values ​​these things with a yardstick unknown to all the other inhabitants of this planet.
In any case, the answer came and now I was there, after spending the morning in an aviation museum talking to another lieutenant colonel who had described to me how the F-84G / Fs of Ghedi, Villafranca and Istrana did periodic “ferret” missions, in some cases reaching Lake Balaton, located west of Budapest (Hungary) without being shot down. To make me understand, he made me board the F-84G which is now on display in the museum with the livery of the White Tigers aerobatic team, and showed me the primitive targeting and target acquisition system supplied with the aircraft: the AN radar. / APG 30 which at the time was the top of avionics technology.
I was there, with the specific aim of having me describe what kind of missions they were carrying out, with which aircraft and with which mission targets.
The tour of the airport ended, at my request, in a sector on the edge of the base where there were some Air Force planes banned at various times: a T-6 Texan, a C-47 and a DC-6B.
I was interested in evaluating the type of visibility from inside the aircraft, my companion satisfied me, making me climb into the cockpits.
Then we went back to the command building and I began the interview with the lieutenant colonel.
The responses I received were both interesting and disappointing at the same time.
In the period in which he was engaged in that kind of missions he had always been at the controls of the Beech C-45 Expeditor in the photographic version, modified with windows for the observer's seat positioned in the nose.

He carried out missions that lasted many hours and which had as a systematic objective the control and photographic survey of ports and airports in Yugoslavia.
On board, in every "ferret" mission, there was always a qualified exponent of the secret services who officially appeared as a member of the crew acting as a technician of the Military Geographical Institute (IGM) in charge of the control, detection and updating of territorial borders Italians.
In reality, having crossed the limit of the territorial waters, the fake IGM technician took the lead, indicating what the real objective of the mission was. When the enemy's radar control centers asked for explanations on the trespass, the commander invariably declared problems with the aircraft's instrumentation, fatally causing the dispatch of two fighters that patiently led the "lost" on the road home.
It was a party game, we played with them and East Block aircraft did the same thing with us.
What mainly interested us and them were the reaction times of the QRA (3) sections of the Adriatic belt and of the interception sections of the Warsaw Pact nations which were periodically tested with "harmless" invasions, sudden and unexpected, of space enemy plane.
By now my visit had come to an end. Before leaving, I asked: "But during these missions has anything unforgettable ever happened to you?"
He thought about it for a moment then said, “Yes, once. We were returning from a mission and already extensively on Italian territory. It was a beautiful and very cold winter day, weather CAVOK (4), the classic clear storm.
 By now it was close to landing. On board, after many hours of tension and after being taken back to our territorial borders, strangely, by two Soviet fighters, we were trying to relax a bit. Suddenly the observer positioned in the front compartment interrupted us excitedly: "Look at 10 o'clock who is coming to welcome us!".
Instinctively we all looked up and to the left and there were nine dark dots in perfect upward climbing formation that were crashing down on us on a collision course at decidedly supersonic speed.

I immediately shouted into the intercom warning the crew to prepare for an imminent escape maneuver. I grabbed the yoke firmly and, with my eyes fixed on those bolides, with every second closer, I tried to gauge when I would have to violently throw the aircraft into a swooping turn to avoid a catastrophic "mid air collision".
I did not even have time to set up the plane that we still heard the observer croaking in the earphones: "They pass us by!".
In fact, I too realized that that very fast formation was passing us in the port sector, but close enough to make the plane roll with the "buffeting" caused by their shock wave.
When they were at our side crossing us in the opposite direction we saw them well: they were huge parallelepipeds that moved at very high speed while maintaining an impeccable formation ”.
"Parallelepipeds?" - I asked amazed.
"Yes. Images nine huge boxes for refrigerators ".
"But ..." - I mumbled more and more surprised.
“There was no trace of aerodynamic appendages - he continued without emphasis - nor of engine air intakes, no evidence of propulsive activity, no wake and no noise above that of our two 450 HP P&W“ Wasp Junior ”. They were simply huge boxes that moved in perfect formation and with absolutely straight motion, at insane speed. Of course, before landing, we talked about it among ourselves, looking for the possible causes of that unlikely encounter. We endeavored to consider all possible hypotheses. Perhaps someone - perhaps a C-119 (2) - at an altitude higher than ours had lost part of the load, or perhaps someone else was testing a new type of aircraft, perhaps the fatigue and stress of the flight had given us a ' collective hallucination. Maybe, maybe .... The fact remains that in that sector the only aircraft detected by the radar was our Expeditor. I understand your surprise, but I can only tell what I saw. I don't know anything else ".
I greeted him with a promise that we would see each other again, but for a long series of reasons that promise I have not been able to keep.

RR

Note

(1) Ferret - Code Name used in the Western Bloc to define aerial espionage missions carried out during the Cold War.
(2) The Fairchild C-119 twin-engine transport was called the Flying Boxcar, a nickname that curiously matches this story perfectly.
(3) Quick Reaction Alert
(4) CAVOK - Ceiling and Visibility OK.

Copying, even in part, is prohibited


Version française

                                            Une histoire fantastique


Cela peut être une histoire fictive racontée d'une manière qui semble réelle, mais ... ce n'est peut-être pas le cas.

Je suis arrivé à un aéroport du centre-sud de l'Italie en début d'après-midi par une belle journée de printemps.
J'ai refusé mes informations personnelles à la guérite et le bar a été ouvert immédiatement.
Ils m'ont informé que mon compagnon m'attendait dans le bâtiment de commandement.
Il était lieutenant-colonel instructeur sur les Piaggio P-180, maintenant près de la fin de sa carrière de pilote, un pilote avec plus de vingt mille heures à son actif.
Moi, titulaire d'une simple licence de pilote privé, j'ai ressenti un léger inconfort, qui a disparu immédiatement après les premières plaisanteries.
Il m'a accueilli avec une extrême cordialité et après m'avoir offert un café au bar du Groupe il a commencé à me guider pour me montrer tous les lieux les plus importants et historiques de la base.
Mais je n'étais pas là pour faire le tour de l'aéroport, et ce lieutenant-colonel ne m'avait pas été affecté par accident.
Qualche mese prima avevo fatto specifica richiesta agli uffici competenti dell'Aeronautica Militare per ottenere informazioni sui voli “ferret” (1) compiuti da velivoli italiani negli anni '50 della Guerra Fredda, con l'obiettivo di scrivere un articolo per una nota rivista aerospaziale italienne.
Conscient d'avoir demandé des informations sur un sujet très précis et particulier, je n'ai pas été surpris par le retard de réponse, par contre, j'étais convaincu que les informations de mon intérêt concernaient une période désormais très éloignée dans le temps et l'histoire, voire si c'est le cas, je remarque que l'armée évalue ces choses avec un critère inconnu de tous les autres habitants de cette planète.
En tout cas, la réponse est venue et maintenant j'étais là, après avoir passé la matinée dans un musée de l'aviation à parler à un autre lieutenant-colonel qui m'avait décrit comment les F-84G / F de Ghedi, Villafranca et Istrana effectuaient des missions périodiques de «furet» , atteignant dans certains cas le lac Balaton, situé à l'ouest de Budapest (Hongrie) sans être abattu. Pour me faire comprendre il m'a fait monter à bord du F-84G qui est maintenant exposé dans le musée avec la livrée de l'équipe acrobatique des Tigres Blancs, et m'a montré le système primitif de ciblage et d'acquisition d'objectifs fourni avec l'avion: le radar AN . / APG 30 qui était à l'époque le sommet de la technologie avionique.

J'étais là, dans le but précis de me faire décrire le type de missions qu'ils effectuaient, avec quels aéronefs et avec quelles missions cibles.
La visite de l'aéroport s'est terminée, à ma demande, dans un secteur en bordure de la base dans lequel se trouvaient des avions de l'armée de l'air interdits à plusieurs reprises: un T-6 Texan, un C-47 et un DC-6B.
J'étais intéressé à évaluer le type de visibilité depuis l'intérieur de l'avion, mon compagnon m'a satisfait, me faisant monter dans les cockpits.
Puis nous sommes retournés au bâtiment de commandement et j'ai commencé l'entretien avec le lieutenant-colonel.
Les réponses que j'ai reçues étaient à la fois intéressantes et décevantes.
Dans la période où il était engagé dans ce genre de missions, il avait toujours été aux commandes du Beech C-45 Expeditor dans la version photographique, modifiée avec des fenêtres pour le siège de l'observateur positionnées dans le nez.

Il a effectué des missions qui ont duré de nombreuses heures et qui avaient pour objectif systématique le contrôle et la prospection photographique des ports et aéroports de Yougoslavie.
A bord, dans chaque mission "furet", il y avait toujours un représentant qualifié des services secrets qui apparaissait officiellement en tant que membre de l'équipage agissant en tant que technicien de l'Institut Géographique Militaire (IGM) en charge du contrôle, de la détection et de la mise à jour des frontières territoriales italiennes.
En réalité, après avoir franchi la limite des eaux territoriales, le faux technicien IGM a pris les devants, indiquant quel était le véritable objectif de la mission. Lorsque les centres de contrôle radar de l'ennemi ont demandé des explications sur l'intrusion, le commandant a invariablement déclaré des problèmes avec l'instrumentation de l'avion, provoquant fatalement l'envoi de deux chasseurs qui ont patiemment conduit les «perdus» sur le chemin du retour.
C'était un jeu de société, nous avons joué avec eux et les avions de l'édifice de l'Est ont fait la même chose avec nous.
Ce qui nous intéressait principalement et eux, c'était les temps de réaction des sections QRA (3) de la ceinture Adriatique et des sections d'interception des nations du Pacte de Varsovie qui étaient périodiquement testées avec des invasions "inoffensives", soudaines et inattendues, d'avions spatiaux ennemis.
Ma visite était maintenant terminée. Avant de prendre mon congé, j'ai demandé: "Mais pendant ces missions, vous est-il déjà arrivé quelque chose d'inoubliable?"
Il y réfléchit un moment puis dit: «Oui, une fois. Nous revenions d'une mission et déjà largement sur le territoire italien. C'était une belle et très froide journée d'hiver, météo CAVOK (4), la tempête claire classique.
 À présent, il était sur le point d'atterrir. A bord, après de nombreuses heures de tension et après avoir été ramenés à nos frontières territoriales, étrangement, par deux combattants soviétiques, nous essayions de nous détendre un peu. Soudain, l'observateur positionné dans le compartiment avant nous interrompit avec excitation: "Regardez 10 heures qui vient nous accueillir!".
Instinctivement, nous avons tous levé les yeux vers la gauche et il y avait neuf points sombres en parfaite formation ascendante qui nous percutaient sur une trajectoire de collision à une vitesse résolument supersonique.

J'ai immédiatement crié dans l'interphone pour avertir l'équipage de se préparer à une manœuvre d'évasion imminente. J'ai agrippé fermement le joug et, les yeux fixés sur ces voitures de course, à chaque seconde de plus près, j'ai essayé de jauger quand je devrais lancer violemment l'avion dans un virage en piqué pour éviter une "collision en vol" catastrophique.
Je n'ai même pas eu le temps de mettre en place l'avion dont on entendait encore l'observateur croassant dans les écouteurs: "Ils nous passent!"
En fait, je me suis aussi rendu compte que cette formation très rapide nous dépassait dans le secteur portuaire, mais suffisamment proche pour faire rouler l'avion avec le «tremblement» causé par leur onde de choc.
Quand ils étaient à nos côtés nous croisant dans la direction opposée, nous les voyions bien: c'étaient d'énormes parallélépipèdes qui se déplaçaient à très grande vitesse tout en conservant une formation impeccable ».
«Parallélépipèdes? - ai-je demandé étonné.
"Oui. Images des énormes caisses pour réfrigérateurs ».
"Mais ..." - marmonnais-je de plus en plus surpris.
«Il n'y avait aucune trace d'appendices aérodynamiques - continua-t-il sans insistance - ni d'entrées d'air moteur, aucune trace d'activité propulsive, pas de sillage et pas de bruit au-dessus de celui de nos deux P&W« Wasp Junior »de 450 CV. Il s'agissait simplement d'énormes boîtes qui se déplaçaient en formation parfaite et avec un mouvement absolument droit, à une vitesse folle. Bien sûr, avant d'atterrir, nous en avons discuté entre nous à la recherche des causes possibles de cette rencontre improbable. Nous nous sommes efforcés de considérer toutes les hypothèses possibles. Peut-être que quelqu'un - peut-être un C-119 (2) - à une altitude plus élevée que la nôtre avait perdu une partie de la charge, ou peut-être que quelqu'un d'autre testait un nouveau type d'avion, peut-être que la fatigue et le stress du vol nous avaient donné un ' hallucination collective. Peut-être, peut-être ... Le fait demeure que dans ce secteur, le seul aéronef détecté par le radar était notre Expeditor. Je comprends sa surprise, mais je ne peux que lui dire ce que j'ai vu. Je ne sais rien d'autre ».
Je l'ai salué en lui promettant que nous nous reverrions, mais pour une longue série de raisons que je n'ai pas pu tenir.

RR

Note

(1) Ferret - Nom de code utilisé dans le Western Bloc pour définir les missions d'espionnage aérien menées pendant la guerre froide.
(2) Le transport bimoteur Fairchild C-119 s'appelait le Flying Boxcar, un surnom qui correspond curieusement à cette histoire.
(3) Alerte de réaction rapide
(4) CAVOK - Plafond et visibilité OK.

La copie même partielle, est interdite





lunedì 16 luglio 2018


                Il Caso Facchini o del disco volante di Abbiate Guazzone

                                                              di Roberto Raffaelli

Voi udrete ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete.

Matteo 13, 1-23


Il caso di Abbiate Guazzone (VA) del 24 aprile 1950 riguarda un evento UFO nel quale l’operaio Bruno Facchini ebbe la ventura di imbattersi nottetempo in un disco volante posato al suolo e nei suoi occupanti. L’evento che è considerato un classico dell’ufologia italiana, all’epoca ebbe una vasta eco sulla stampa nazionale e nel corso dei decenni è stato descritto, indagato e citato centinaia di volte, per questo motivo ho utilizzato solo le parti dell'evento necessarie per concretizzare questa disamina.
Per la cronaca dettagliata rimando il lettore ai riferimenti bibliografici disponibili o su internet.
Ho pensato invece di effettuare un approfondimento di alcuni aspetti della vicenda partendo - dove possibile - da punti di vista diversi, osservando gli eventi sotto angolature insolite, provando a gettare qualche spiraglio di luce nei tanti lati oscuri con l'obiettivo di entrare nei risvolti che nessuno fino ad ora ha mai pensato di trattare.
Ecco ciò che è scaturito da un'analisi critica di quei fatti ormai lontani nel tempo.

Bagliori nel buio.

Il temporale era aveva appena finito di sfogare la sua furia sulla zona. Erano all’incirca le dieci di sera di quel lunedi 24 aprile 1950 quando Bruno Facchini, quarantenne operaio metalmeccanico di Abbiate Guazzone (VA), uscì di casa per andare in bagno (all’epoca molte case coloniche avevano i bagni esterni) ne approfittò per controllare eventuali danni alla sua abitazione che era isolata in mezzo ai campi al margine del paese.
In lontananza si vedevano ancora i fulmini che costituivano la coda del temporale appena passato e il signor Bruno uscì accendendosi la sigaretta, appena estratta dal suo portasigari.
Sopra di lui il cielo ormai sereno mostrava le stelle che brillavano nell’atmosfera tersa . Dopo un breve controllo stava ormai per rientrare quando nell’oscurità, in direzione della linea elettrica che passava a poche centinaia di metri dalla sua casa e che ora era immersa nell’oscurità nel bel mezzo della campagna, vide uno strano scintillio.
Sul momento pensò che, dopo tutto, il temporale qualche danno l’aveva fatto, poi si rese conto che i suoi figli giocavano spesso proprio da quelle parti e se per caso un fulmine avesse tranciato un cavo dell’alta tensione il giorno dopo i bambini avrebbero corso un rischio terribile.
Così decise di andare a controllare. Calzò un paio di stivali di gomma e si avviò nella più completa oscurità verso il punto dal quale provenivano quei brevissimi lampi di luce, camminando con estrema circospezione su uno stretto viottolo che si inoltrava in mezzo ai campi, facendo attenzione che al suolo non ci fossero cavi elettrici spezzati.
Giunto a ridosso della linea elettrica si accorse che era tutto in ordine. Per avere l’assoluta certezza fece alcuni metri in mezzo ad un campo camminando parallelo ai cavi che lo sovrastavano, poi gli passò sotto dirigendosi, ormai tranquillizzato, verso casa. Stava per ritornare sui suoi passi quando, voltandosi indietro per dare un’ ultima occhiata, rivide il vivido scintillio a poche decine di metri da lui in mezzo ad alcuni filari di alberi.
Il signor Bruno era un uomo tutto d’un pezzo, non si lasciò certo intimorire da quella manifestazione luminosa in mezzo alla più completa oscurità, anzi, la curiosità prese subito il sopravvento ed immediatamente, anche se con cautela, si diresse verso l’origine del bagliore.
Camminando su uno stretto sentiero che si insinuava in mezzo alle profonde buche scavate dai mezzi di una vicina fornace riprese ad avvicinarsi alla strana fonte luminosa. Fu allora che ebbe la sensazione di scorgere nell’oscurità un’enorme massa scura alla base della quale c’era una zona illuminata che stazionava in mezzo ai filari, poco più avanti
Era di sezione vagamente ovale. La parte superiore era immersa nell’oscurità mentre al centro di quella inferiore c’era un boccaporto rettangolare dal quale usciva una tenue luce verdastra. Alla base dell’apertura una scaletta inserita in quello che doveva essere il portellone di chiusura. All’interno del boccaporto il signor Bruno vide un’altra scala che probabilmente portava alla zona alta dell’ordigno e numerose bombole, e manometri, e tubazioni varie.
Vide anche da dove proveniva il potente sfavillio che lo aveva incuriosito. Da una parte qualcuno sostenuto da un sollevatore telescopico stava saldando quelli che sembravano alcuni grossi tubi che contornavano a gruppi di tre tutta la parte periferica dell’ordigno o almeno, quella che il signor Bruno riusciva a vedere.
Quei tubi provenivano dalle viscere dell’oggetto e sporgevano dalla struttura di circa 50 centimetri. curiosamente in prossimità del bordo esterno di dividevano in tre parti nella classica forma a tridente. Ogni tubo aveva un diametro di circa 15 – 20 cm con la parte terminale conformate in modo “convergente – divergente” come i più classici “ugelli de Laval”. (1) La saldatrice era manovrata da un individuo riparato da un pesante scafandro, a terra altri due personaggi scafandrati si spostavano con movenze rallentate, come se la corazza che li ricopriva completamente fosse estremamente pesante.
Il signor Bruno protetto dal buio si era portato ormai a quattro o cinque metri dal congegno che emanava un ronzio simile a quello di un enorme alveare mentre l’aria intorno era estremamente calda. Con sorpresa si accorse che dietro ad una specie di oblò situato nella parte anteriore del casco di quegli individui c’erano esseri in tutto e per tutto uguali a noi.
Pensando di avere a che fare con i piloti di un prototipo sperimentale proveniente da Malpensa, da Vergiate oppure dalla vicinissima Venegono, decise, senza troppo riflettere, di mostrarsi e chiedere a quegli “aviatori” se avessero bisogno di aiuto.



Gurr…gurr…”

Ad accorgersi della sua presenza furono le due entità che si muovevano trascinandosi pesantemente nei pressi della base dell’oggetto.
La reazione fu immediata ed evidentemente dettata da motivi di particolare urgenza.
Uno dei due esseri attrasse l’attenzione degli altri sull’intruso, gesticolando e comunicando attraverso un’apparecchiatura interna allo scafandro.
Il signor Bruno udì il suono della voce dell’entità più vicina attutito dal casco, una specie di “gurr…gurr”.
Suoni strani che non riuscì a collegare a nessuna lingua a lui conosciuta.
In quel quadro, che fino ad allora era stato dominato da una esasperante lentezza di movimento, l’inaspettata reazione sorprese il signor Bruno che capì, con qualche attimo di ritardo, di avere fatto la mossa sbagliata. Arretrando di qualche passo ebbe l’impressione che i due “uomini” volessero costringerlo a salire sul loro strano veicolo, così fece il secondo errore: si diede alla fuga.
Girò le spalle agli strani individui e col cuore in gola cominciò a correre verso casa, ma fatti pochi passi vide l’entità più vicina dirigere verso di lui una specie di scatola, simile ad una macchina fotografica, che portava appesa al collo. (2)
Un attimo dopo il signor Bruno sentì un forte colpo sulla schiena, come se fosse stato investito da un ciclone che lo fece volare al suolo alcuni metri più avanti, mandandolo ad atterrare pesantemente su una pietra di delimitazione delle proprietà terriere.
L’evidente situazione di pericolo gli consigliò di rimanere immobile al suolo fingendo di essere incosciente. La mossa si rivelò azzeccata infatti gli strani “aviatori” si disinteressarono immediatamente di lui e con rapidità abbassarono il sollevatore e lo riposero all’interno del loro veicolo poi anche loro entrarono, il boccaporto si richiuse alle loro spalle e qualche attimo dopo il ronzio aumentò d’intensità diventando simile all’acuto sibilo prodotto da una grossa dinamo e l’enorme congegno si sollevò in aria partendo verticalmente per scomparire in pochi attimi.
Questa parte del racconto di Bruno Facchini è quella che ha maggiormente interessato, unitamente alla descrizione del veicolo, tutti coloro che hanno indagato a vario titolo sul suo caso.
In effetti il signor Bruno ha sempre affermato che dentro a quelle pesantissime corazze c’erano esseri uguali a noi e la dettagliata descrizione che fece avrebbe, a mio parere, dovuto convincere tutti che aveva ragione.
Vediamo perché.
Lo scafandro protettivo di quelle entità, secondo il signor Bruno, era molto simile a quello dei futuri (per l’anno 1950) astronauti terrestri rappresentati nelle illustrazioni reperibili sistematicamente su qualsiasi rivista dell’epoca.
Era apparentemente metallico, di colore grigio scuro, simile a quello dei palombari. La presenza di un piccolo oblò per la visione anteriore e rigonfiamenti circolari in corrispondenza delle orecchie, contenenti probabilmente l’apparato interfonico. Un corto tubo dotato di bocchettone finale che penzolava dalla parte inferiore del casco completava la similitudine, almeno agli occhi di un profano qual’era il signor Bruno.
Questa è a tutti gli effetti la descrizione di una tuta da astronauta, esattamente come veniva rappresentata dai media di allora.
Se aggiungiamo che il testimone è sempre stato convinto di avere visto dei volti umani dietro a quegli oblò a noi non resta che trarre le dovute conclusioni.
Evidentemente il signor Bruno vide gli occupanti di un congegno meccanico dotati delle protezioni necessarie al volo ad altissime quote, fors’anche, al volo spaziale.
Esseri antropomorfi, dimensionalmente simili a noi, con capacità di percepire la lunghezza d’onda della luce che ci permette la visione oculare e con la necessità di un supporto per la respirazione in tutto e per tutto simile a quello dei piloti di aeroplani a getto per i voli d’alta quota, quindi esseri che avevano necessità di un supporto vitale a bordo del loro veicolo.
Considerando il diametro e la lunghezza del tubo descritto dal signor Bruno con buona probabilità il gas che quegli esseri respiravano doveva essere ossigeno ed infatti mentre erano all’esterno il tubo penzolava liberamente senza che essi subissero alcun effetto deleterio.
Inoltre anche le file di contenitori simili a “bombole” e i numerosi manometri che il signor Bruno vide sbirciando all’interno del boccaporto probabilmente non erano altro che il “breathing support” dell’equipaggio a bordo del veicolo.
Riassumendo.
Erano fatti come noi. Respiravano come noi. Potevano vedere, sentire e parlare come noi.
Certo è difficile non credere al signor Bruno quando affermava di avere visto degli “uomini”.




Radiazioni? Forse…

Quando il testimone si palesò, le due entità al suolo reagirono istantaneamente.
L’allarme fu immediato.
Un intruso si era avvicinato decisamente troppo, a loro e al loro veicolo.
Ognuno di noi può intuitivamente arguire che, secondo logica, le entità avrebbero dovuto impedire a chiunque di avvicinarsi al punto di vedere, capire e successivamente riferire. Ma per farlo avrebbero dovuto mettere qualcuno di guardia ad una certa distanza dalla zona di atterraggio, qualcuno - magari armato con quella “magic box” che aveva messo k.o. il testimone– che avrebbe permesso ai compagni di effettuare le riparazioni necessarie in tutta tranquillità. Evidentemente i piloti del misterioso velivolo non ritennero necessario o non furono in grado di bloccare l’accesso al luogo dell’atterraggio, ed allora perché tanta agitazione quando videro il signor Bruno vicino a loro?
La risposta più logica dovrebbe essere: perché in quasi tutti i casi di questo tipo quando le entità scoprono di essere osservate fuggono via immediatamente.
E’ vero. Ma in pochissimi casi troviamo gli occupanti intenti a dei lavori di riparazione all’esterno del loro vascello, in genere i testimoni descrivono esseri di vario genere e dimensione che vagano all’intorno facendo cose apparentemente inutili o addirittura, non facendo nulla. Evidentemente da questo punto di vista, quello di Abbiate Guazzone non era stato un atterraggio, per così dire, programmato, ma un vero e proprio atterraggio d’emergenza, dettato dalla necessità assoluta di riparare un settore esterno del congegno.
Quindi sarebbe logico ipotizzare anche il fatto che il veicolo non avrebbe potuto, né volare, né ripartire, senza le necessarie riparazioni o avrebbe potuto farlo in condizioni tecnicamente menomate, tali da non garantire la sicurezza dell’equipaggio.
Di fatto quando il signor Bruno vide lo scintillio nell’oscurità dopo essere uscito di casa, senza saperlo stava osservando il “meccanico” dell’UFO già all’opera, perciò è pensabile - tenuto conto del tempo che ci mise l'uomo prima di raggiungere il luogo, senza dimenticare che probabilmente i “lavori” erano iniziati prima del momento in cui il signor Bruno aveva varcato l’uscio di casa - che sia arrivato in tempo per vedere la fase finale delle operazioni di manutenzione.
Questa ipotesi potrebbe essere confermata dal fatto che gli occupanti e l’oggetto presero letteralmente "il volo” appena si resero conto di essere stati scoperti, ergo, quando Facchini entrò in scena le riparazioni erano finite.
Allora perché tutta quella concitazione? Perché quegli scambi di gurr…gurr attraverso gli apparati di trasmissione individuali? Perché quel gesticolare che servì solo ad impaurire il testimone? Perché l’entità che aveva in dotazione la “scatola” non la usò immediatamente mettendo subito fuori combattimento l’intruso? Perché non seguire il “solito” copione della fuga immediata evitando ogni contatto?
Per tentare di capire proviamo a guardare la situazione dal punto di vista delle entità cercando una risposta attraverso una valutazione più attenta di alcuni particolari troppo a lungo trascurati.
Dal racconto del signor Bruno estraiamo qualche particolare.
Il primo riguarda il tipo di propulsione di quel congegno.
Il ronzio simile ad un enorme alveare udito dal testimone quando la macchina era appoggiata la suolo e l’aria estremamente calda che egli percepì quando si avvicinò per farsi vedere dagli occupanti ci fanno pensare ad una unità motrice estremamente energetica, ma soprattutto poco schermata verso l’esterno.
Se fossimo certi che quel vascello aereo era dotato di un classico “reattore toroidale” di veschiana intuizione, che quella zona di aria calda nella quale si era trovato il signor Bruno fosse dovuta solo alla normale attività termica di un propulsore, esotico fin che sai vuole , ma funzionante con carburanti chimici e con un ciclo termico ben conosciuto (ciclo Brayton) potremmo senza dubbio arguire che quelle entità avevano reagito in modo sproporzionato alla minaccia subita.
Ipotizziamo invece che quel mastodontico e misterioso congegno attingesse la sua capacità cinetica da un propulsore utilizzante materiali molto contaminanti o molto pericolosi per gli organismi viventi nel momento del funzionamento, quello che, noi sappiamo bene, succede nei pressi del reattore nucleare in una qualsiasi centrale atomica.
Sia chiaro. Non sto affermando che quel veicolo funzionava con l’energia atomica, ma qualsiasi fisico può confermare che ci sono particolari elementi che se portati al giusto grado di eccitazione emettono grandissime quantità di energia sotto forma di calore e di radiazioni altamente nocive per tutti gli esseri cellulari.
Allora - se vogliamo credere al sig. Bruno - potrebbe benissimo essere questo il motivo per cui le entità indossavano il loro pesante scafandro anche quando - in teoria - avrebbero potuto farne a meno, soprattutto perché impacciate nei movimenti, nel corso della loro opera di manutenzione del veicolo.
Quegli “uomini” dovevano proteggersi dalle emissioni dannose irradiate nell’ambiente circostante dal propulsore del loro veicolo. Propulsore che, pur funzionando al minimo, cioè in “idle mode” aveva attorno a sé una “dangerous zone” invalicabile a chiunque non fosse dotato delle necessarie protezioni.
Lo stesso tubo da collegare al bocchettone del supporto vitale (ossigeno) che penzolava inerte dalla parte anteriore del casco dimostra che quelle entità stavano respirando aria e allora quale altro motivo avrebbero potuto avere per indossare la loro pesante protezione se non quella di ripararsi da emissioni letali in dosi massicce ?
Il secondo, strettamente correlato col primo, fa capo a questa affermazione del sig. Bruno:L’erba in vari punti era appassita, come se vi avessero buttata dell’acqua calda, o qualche acido…(omissis) … anche lui (un amico che il testimone portò sul posto. N.d.R.) notava varie chiazze di terreno senza vegetazione e altre chiazze di erba gialla e striminzita. (3)
La zona d’erba di cui parla il signor Bruno in una lettera indirizzata a Renato Vesco datata 6-9-1953, era ovviamente riferito alla porzione situata sotto la parte inferiore del veicolo. (4)
Il caso di Abbiate Guazzone non è l'unico in cui la vegetazione testimonia il passaggio di qualcosa di esotico o di inusitato, qualcosa che ha interagito pesantemente con la struttura molecolare delle piante, un'area ristretta facilmente individuabile a posteriori segno che il cambiamento di stato è irreversibile.
Facchini giustamente mise in risalto questa anomalia per avvalorare le proprie affermazioni. In quel punto qualcosa aveva avvizzito e fatto ingiallire l'erba, qualcosa che probabilmente emetteva qualche tipo di radiazione, che poteva essere anche o solo di origine termica, in accordo con quanto affermato dal signor Bruno riguardo alla zona di aria calda nei pressi del veicolo, ma che avrebbe potuto avere qualche effetto anche sul testimone se inavvertitamente si fosse avvicinato troppo al misterioso congegno.
A questo punto possiamo chiederci: in quale micro ambiente era inconsapevolmente entrato il signor Bruno quando si avvicinò alle entità?
Forse si trattava di una zona permeata da valori energetici capaci di danneggiare gli organismi biologici? L’erba appassita sembrerebbe confermarlo e gli ingombranti scafandri indossati dalle entità non fanno altro che rafforzare questa ipotesi. Allora è anche lecito pensare che la concitazione degli strani visitatori non fosse dovuta soltanto alla inopportuna presenza dell’intruso ma anche al fatto che senza alcuna protezione questo poteva subire danni fisici rilevanti e/o irreparabili.
Quindi è possibile che Facchini sia stato pericolosamente a rischio avvicinandosi al veicolo?
Un pericolo indipendente dalle azioni delle entità, che di fatto lo hanno solo allontanato e (forse incidentalmente..) stordito?  La loro reazione - che ad uno sguardo superficiale aveva un’aria minacciosa, in realtà potrebbe essere servita - in una situazione surreale come quella - a salvaguardare l’integrità fisica dell’incauto testimone.
Se gli “uomini” del disco avessero avuto realmente intenzioni intimidatorie, come aveva pensato Facchini, non si sarebbero disinteressati immediatamente di lui, accelerando le operazioni di partenza per andarsene insalutati ospiti.
A meno che il signor Bruno non abbia nascosto informazioni vitali sulle presunte intenzioni aggressive degli occupanti (cosa tutt’altro che improbabile!), nulla fa pensare che, scoperto l'intruso, la loro intenzione fosse quella di rapirlo, anzi, una volta neutralizzato e tenuto fuori dall'area di pericolo lo abbandonarono allontanandosi immediatamente col duplice scopo, di evitare di essere visti da altri occhi che potevano osservarli dal buio circostante (le entità non potevano sapere che il signor Bruno era solo) e di allontanare quanto prima il loro veicolo da qualunque unità biologica non protetta.



Una brutta faccenda

Il mattino di martedì 25 aprile, il signor Bruno si svegliò dolorante dopo una notte molto agitata. Avrebbe dovuto recarsi al lavoro ma si rese conto che il dolore alla schiena era insopportabile, Per rimanere a casa sarebbe stata necessaria una certificazione, perciò si recò dal medico più vicino a farsi visitare e medicare la schiena malamente offesa nella caduta della sera precedente quando l' “air shot” che l'entità scafandrata gli aveva diretto contro lo aveva fatto volare al suolo e poco dopo il potente soffio dei “tubi trinati” lo aveva gettato di nuovo violentemente a terra. Sul momento l'uomo aveva altro da pensare che valutare i danni fisici ricevuti, ma il mattino successivo un largo ematoma nella regione emitoracica e forti dolori intercostali testimoniavano quanto era gli successo la sera precedente.
Fu così che il dott. Vanzulli di Tradate, il medico che lo visitò, fu il primo a conoscere i particolari di questo caso. Qualche mese dopo il dottore ricevette una missiva da parte di Renato Vesco (5) nella quale il ricercatore genovese gli poneva sostanzialmente due quesiti:
  1. Supponendo che il Facchini avesse visto soltanto il: piastrone circolare ventrale “ di un disco inglese posato al suolo “OBLIQUAMENTE” per facilitare la riparazione, era possibile che <<…per la forte centrifugazione cranica, sotto l’influsso della temporanea menomazione ed attenuazione dei “riflessi psico-visivi>>, egli nello stato di semi-incoscienza conseguente alla lenta ripresa dei sensi abbia sostituito all’orizzonte effettivo un ORIZZONTE FITTIZIO (ossia relativo alla sua posizione prona) e tale da indurlo inconsciamente a considerare verticale una macchina che in realtà poteva essere orizzontale o al massimo, alquanto inclinata?”.
  2. E’ inoltre possibile una amnesia parziale, le cui conseguenze radicandosi nell’animo del soggetto(specie a oltre due anni dall’accaduto) contribuiscano a deformare inconsciamente ogni ricordo ANTERIORE alla percossa, lasciando peraltro nel soggetto l’assoluta certezza d’essere nel vero?” (N.B. Le sottolineature sono nel testo originale)

Questo dimostra che solo pochi mesi dopo avere parlato col testimone Vesco aveva elaborato un’analisi piuttosto raffinata del caso.
E’ interessante notare che le due richieste formulate al medico riguardano la possibile conferma del reale aspetto del veicolo. In effetti ciò che gli premeva era provare o meno se quella macchina aderiva ai concetti tecnici della sua teoria sui dischi volanti.
Senza entrare in particolari tecnici che richiederebbero più spazio di quello che ci è concesso, è appena il caso di rilevare che quella macchina non poteva essere appoggiata obliquamente perché la risultante del peso sulla parte più caricata avrebbe fatto affondare maggiormente le zampe di appoggio poste su quel lato, certamente il sig. Bruno avrebbe notato e descritto questo particolare nella lettera già citata, cosa che invece non fece.
Il dott. Vanzulli rispose il 22 settembre 1953 con poche e laconiche righe, vergate su un certificato ambulatoriale, con grafia quasi illeggibile :
Il sig. Facchini da me visitato nel marzo (!) 1950 per affezione toracica riportata in seguito (a detta del paziente) a getto gassoso luminoso, non ha presentato nulla di obiettivabile né al torace, dove il suddetto ha accusato a lungo dolore, né al restante dell’organismo.”
Una risposta che, a parte il comprensibile errore di data, getta una luce completamente diversa sulle reali condizioni fisiche post-avvistamento del sig. Bruno, facendoci capire anche che il dott. Vanzulli oltre a non avere riscontrato sul momento nulla di particolarmente preoccupante, deve avere avuto occasione di controllare il Facchini anche in tempi successivi, la frase“dove il suddetto ha accusato a lungo dolore” ci lascia intendere che il dottore ebbe modo di visitare Facchini anche in tempi successivi all’avvistamento. Vicenda della quale non sappiamo nulla per cui non possiamo nemmeno valutare quale fu il reale decorso post-traumatico del testimone.
Purtroppo, a quanto mi è dato sapere, nessuno ha più interpellato il dott. Vanzulli perdendo così una preziosa testimonianza sugli aspetti clinici di questo intrigante caso, lasciando nel vago una serie di dati che avrebbero permesso valutazioni non secondarie sull’incidenza nella sfera fisico-psichica del testimone provocata dall’avvistamento.



Schegge, leghe antifrizione e un portasigari smarrito

In quelle prime ore il testimone si rese conto di avere perso sul luogo dell'avvistamento il suo portasigari e la voglia di ritrovarlo fu, probabilmente, la molla psicologica che lo indusse a tornare sul luogo dove la sera precedente aveva vissuto la sua terrificante avventura.
E’ palese che lui - come sarebbe capitato ad ognuno di noi in quelle circostanze- cercava qualche conferma a ciò che gli era successo la sera precedente.
Giunto sul posto trovò parecchie cose: alcune impronte rettangolari, dell'erba ingiallita e avvizzita e un certo numero di schegge metalliche… ed anche il suo portasigari, a conferma che non aveva sognato, l’incubo era realtà.
Ma ora lascio la parola al signor Bruno: “ … segno delle impronte, n°4, alla distanza di metri 4 circa. Misura dell'impronta 1 x 0,30 metri circa. Orlo diseguale (il terreno era smosso sui lati per circa un metro). (6)
Queste poche parole ci forniscono un certo numero di informazioni.
Proviamo ad analizzarle.
Le impronte erano quattro, rettangolari e disposte ai vertici di un quadrato di (circa) 4 metri di lato, da cui si deduce che il congegno doveva essere di dimensioni piuttosto ragguardevoli e che aveva capacità VTOL (Vertical Take Off and Landing). Con una base d'appoggio così larga anche il peso doveva essere decisamente considerevole.
Purtroppo Il signor Bruno non ci fornisce la profondità (stimata) in cm delle impronte altrimenti avremmo potuto tentare di calcolare il peso approssimativo del veicolo.
Notevole il particolare dell' orlo diseguale. Questo significa che il congegno arrivò a contatto col suolo con una traiettoria praticamente verticale, però nel “touch down” non appoggiò tutto il suo peso contemporaneamente sulle quattro zampe d’appoggio ma toccò con un leggerissimo angolo di sbandamento. Cioè l’enorme massa si era appoggiata prima su due punti e un attimo dopo aveva messo giù anche gli altri, un’inezia, ma la risultante del peso aveva lasciato la sua firma sul terreno.
Eccezionale poi il particolare del terreno smosso sui lati per circa un metro.
Questo è un dettaglio (7) che il signor Bruno mette in risalto perché probabilmente intuì il motivo di quella stranezza avendo visto da vicino il decollo del congegno.
Quel terreno smosso era la dimostrazione che il misterioso apparato non era decollato con una traiettoria perfettamente verticale. In pratica quando il propulsore fornì la potenza necessaria, il pesante veicolo si sollevò di appena qualche centimetro poi sfrecciò in diagonale quando la parte inferiore dei piedi d'appoggio non era ancora uscita dall'impronta che essa stessa aveva fatto nel terreno. Confermando le dichiarazioni e la descrizione del decollo fatta dal signor Bruno.
E ancora: 'Non vidi camicia di terracotta, gesso od altro. I tubi erano interamente metallici. Il frammento l'ho raccolto la mattina dopo sul posto. Non le posso dire se faceva parte – interna o esterna – dei tubi o di qualche altra parte.” (8)
I tubi trinati periferici: un mistero nel mistero.
Il signor Bruno prima di fare la sua inattesa entrata sul teatro dell'avvistamento era rimasto nascosto dietro al suo cespuglio per una decina di minuti, da lì aveva avuto modo di osservare la stupefacente scena che si presentava ai suoi occhi in modo abbastanza dettagliato. Al suolo le due entità scafandrate che si aggiravano goffamente come impegnate in un controllo della base del veicolo e/o della zona direttamente adiacente ad esso, in alto dall'altra parte c’era l'essere che usava quella specie di saldatore proprio accanto ai tubi.
Renato Vesco che nel 1953 fu il primo ad espletare un’inchiesta. Inizialmente era rimasto molto colpito dalla descrizione, perché sapeva benissimo che il signor Bruno non poteva essersi inventato particolari come la struttura del terminale a tridente (trinata) dei condotti di scarico o la conformazione a “ugello de Laval” della parte finale di ogni tubo.  Già all'epoca era all’affannosa ricerca di conferme alla sua teoria dei “dischi volanti made in England” e il caso Facchini lo attrasse immediatamente proprio per la quantità di particolari tecnici che il testimone aveva esposto nella sua testimonianza.
Facchini e Vesco si scambiarono un certo numero di missive, prima e dopo la visita che il ricercatore genovese aveva fatto al signor Bruno domenica 9 agosto 1953.
E’proprio da queste lettere che ho tratto le dichiarazioni che ci guidano in questa analisi.
Comunque, quando Vesco seppe che l'oggetto aveva una serie di ugelli periferici che nel terminale si dividevano in tre quasi vacillò,perché a prima vista questo aspetto contraddiceva pesantemente la sua teoria delle turbine toroidali e della portanza reattiva.(9)
Poi fece un rapido ragionamento. Quegli sfoghi, si disse, non potevano servire per la propulsione, per due motivi: il primo era di ordine dinamico; quei condotti si diramavano radialmente rispetto al centro del veicolo quindi non potevano contribuire alla sua rotazione non avendo la direzione del vettore di spinta una direzione tangenziale all'asse orizzontale del veicolo, il secondo riguardava la conformazione a tridente.
Il flusso fluido che percorreva quei condotti veniva improvvisamente fatto decelerare proprio nel punto in cui avrebbe dovuto creare la spinta. Era questa la contraddizione tecnica che Vesco non riuscì a risolvere.
Quei condotti terminavano tutti con un “de Laval”, ovvero col classico ugello usato in tutti i propulsori con flusso supersonico come quello dei motori a razzo, ad esempio, ma di fatto la colonna fluida in uscita da quegli ugelli dividendosi in tre creava un punto di stagnazione che diminuiva sensibilmente la velocità della vena fluida principale, vanificando in parte l'efficacia dei “de Laval”.
Curiosamente la descrizione fatta dal signor Bruno si adattava molto bene ad un disco volante del tipo progettato nel 1955 dall’ ing. Thomas Turner dipendente della ditta americana Republic Aviation Corp. che comparve sulla rivista Look del 14 giugno del 1955 e ripreso in Italia poco dopo dal settimanale Tempo.
Vesco, in una missiva indirizzata al Col. Marzocchi definì “infantile” la particolare conformazione di quei fasci di ugelli, provocando una risentita risposta scritta da parte di Facchini (10) e successiva spiegazione di Vesco che ribadiva di riferirsi alla conformazione tecnica dei tubi , non alle dichiarazioni del testimone.. (11)
Falliti i tentativi di definire il caso attraverso i riscontri medici sul testimone e tecnici su uno dei particolari tecnici più eclatanti (i tubi) a Vesco non restava altro che concentrarsi sulle schegge metalliche che il signor Bruno aveva rinvenuto sul luogo dell’atterrraggio.
Il 15 agosto 1953 Vesco scriveva a Facchini:Ho scritto al Laboratorio Chimico Tecnologico del Ministero a Roma per l’analisi dei frammenti (sperando inoltre di poter mettermi in contatto col perito ministeriale che vi interrogò nel ’52) ma inutilmente, almeno per ora nell’incertezza se il silenzio sia da ascrivere ad un tacito rifiuto ovvero alla nota lentezza della burocrazia statale, ho preferito non attendere ancora e mi sono rivolto – con successo- all’Istituto Sperimentale per i Metalli Leggeri di Milano. Attualmente i frammenti sono in viaggio per il laboratorio di Novara e spero, per la fine del mese, di pervenire in possesso dei dati sull’analisi chimica, che vi comunicherò sollecitamente.”
Vale la pena notare l’accenno alperito ministeriale che interrogò il Facchini nel corso dell’anno precedente (uno dei tanti…) e l’affermazioneAttualmente i frammenti sono in viaggio per il laboratorio di Novara…” in realtà Vesco spedì all’ISML tre dei quattro frammenti in suo possesso allegati ad una lettera datata il successivo 3 settembre 1953.
Il motivo di questa comunicazione “anticipata” possiamo forse individuarlo nel timore che il ricercatore genovese può avere avuto di una richiesta di restituzione immediata del materiale da parte del testimone, vista la sua facile irritabilità e permalosità.
Genova, 18 agosto1953. In data 9/8 c.a. mi sono recato ad Abbiate Guazzone (prov. Di Varese) per ricevere in consegna alcuni piccolissimi frammenti di metallo che appartennero SICURAMENTE ad un aeromobile discoidale supersonico (volgarmente conosciuto come “Disco Volante”) osservato colà al suolo per breve tempo in avaria nel marzo (!) 1950.” Questo era l’incipit della lettera con la quale Renato Vesco prendeva contatto con l’Istituto Sperimentale Metalli Leggeri /ISML) di Milano per richiedere l’analisi sulla :composizione chimica (qualitativa e quantitativa) di detto metallo o lega sconosciuta.” (12)
Vorrei evidenziare l’errore di data riferito all’avvistamento (come il dott, Vanzulli anche Vesco indica il mese di marzo invece di aprile) e la definizionelega sconosciuta usato ancor prima di conoscere i risultati delle analisi che Vesco stesso andava a richiedere.
L’ISML rispondeva in data 01 settembre 1953:In riferimento alla Vostra del 18-8 u.s. Vi comunichiamo che prendiamo in considerazione la Vostra richiesta e pertanto vogliate inviarci il campione da Voi annunciatoci.”
Due giorni dopo, il 3 settembre Vesco replicava:” In riscontro alla Vostra lettera accludo alla presente i frammenti metallici (dalla presumibile composizione omogenea) di cui alla mia precedente lettera:
non ho potuto reperire frammenti di maggiori dimensioni.
Ho trattenuto un quarto frammento (di pari dimensioni) a titolo di testimonianza ma, se necessario , a richiesta Ve lo spedirò a stretto giro di posta.”
Così iniziò l’iter delle prime analisi sui reperti metallici di Abbiate Guazzone.
Nessuno ha mai capito con esattezza quanti frammenti e di quali dimensioni il sig. Bruno abbia raccolto sul luogo dell’avvistamento, resta il fatto che molti di coloro che negli anni si sono interessati a questo caso e sono andati a trovare il sig. Bruno si sono portati via a vario titolo uno o più di quei frammenti.
Milano, 30 settembre 1953. Istituto Sperimentale dei Metalli Leggeri. Rapporto n. 530954 / 4157.
Oggetto: ESAME DI ALCUNI FRAMMENTI METALLICI ATTRIBUITI A UN “DISCO VOLANTE” questo era il frontespizio del rapporto di tre pagine che l’ISML aveva inviato a Vesco. All’interno, al punto 2) Esame del campione si poteva leggere: Il campione ricevuto era costituito da tre piccoli frammenti metallici (…) I frammenti suddetti avevano una colorazione bianco-giallastra e un peso totale di 1.64g (…) Il peso specifico medio determinato con la bilancia idrostatica, risultò di 8.975 g/cmc”.
Al successivo punto 3) era descritto l’ Esame analitico:
Allo scopo di identificare quali fossero gli elementi presenti nel materiale in esame, l’analisi chimica quantitativa è stata preceduta da un esame spettrografico qualitativo, il quale ha rivelato la presenza dei seguenti elementi:

Cu (Rame); Sn (Stagno); Pb (Piombo) : in quantità rilevanti

Ni (Nichel); Sb (Antimonio); Zn (Zinco) : impurezze sensibili

Fe (Ferro); Ag (Argento : tracce

Al (Alluminio); Mg (Magnesio) : tracce minime

I risultati dell’analisi chimica sono stati i seguenti:

Cu % 74.33

Sn % 19.38

Pb % 4.92

Sb % 0.52

Ni % 0.08

Fe % 0.02

Zn % 0.33

I frammenti in oggetto sono pertanto costituiti da un bronzo al piombo da cuscinetti, ad alto tenore di stagno.
Al punto 5) c’erano le “Conclusioni”:
Gli esami hanno permesso di rilevare che i frammenti in oggetto sono costituiti da un bronzo al piombo ad alto tenore di stagno del tipo da cuscinetti. Non è stata rilevata la presenza di di elementi rari o comunque anormali per una lega del tipo.
E’ molto probabile che i frammenti sottoposti al nostro esame provengano dallo strato di guarnizione di un cuscinetto portante molto sollecitato.”
Una comunissima lega antifrizione, quindi, utilizzata estesamente in tutta l’industria meccanica.
Per Vesco fu il colpo decisivo, mise da parte tutta la faccenda e non se ne occupò più per tutta la vita.
Ma… se noi andiamo a vedere le tabelle di utilizzo delle leghe antifrizione, scopriamo che le leghe a base di:
Rame 80-90 % ; Stagno 5-12 % ; Piombo 0-10 %; Zinco 0-5 %; sono quelle che hanno un punto di fusione che va da 327° a 1000° Celsius e sono definite “leghe ad alta velocità”, indicate per cuscinetti molto cementati.
Questo potrebbe farci dedurre indirettamente che sul misterioso veicolo quel materiale era sistemato su una parte mobile in rotazione veloce oppure tra due parti in rotazione lenta ma con sviluppo radiale molto ampio, mentre tutto ciò che vide il sig. Bruno era assolutamente fisso.
Come si spiega tutto ciò?
Forse il “meccanico“ scafandrato sull’elevatore non lavorava sui tubi ma sulla parte bassa della struttura superiore, quella che il sig Bruno non riusciva vedere perché immersa nel buio, quella dove poteva, o forse doveva, esserci la struttura discoidale nella quale qualcosa di grande diametro ruotava creando la stabilità giroscopica e la forza propulsiva del velivolo, La parte nella quale quella lega antifrizione avrebbe avuto l’importantissimo compito di diminuire gli attriti tra le due sezioni a contatto.
Se parte di quella lega per qualche motivo si fosse disgregata, se avesse perso la sua omogeneità, il rischio di una “failure” meccanica di tipo catastrofico sarebbe diventata estremamente probabile, con conseguenze facilmente immaginabili, per l’equipaggio e per il velivolo.
In questo modo si spiegherebbe quell’improvviso atterraggio nel bel mezzo della campagna ed anche l’urgenza di ricostruire immediatamente il piano di scorrimento, dopo avere tolto il materiale in avaria (le schegge ritrovate dal Facchini).
Purtroppo questo scenario impone anche un dubbio.
Bruno Facchini era un operaio che a quel tempo lavorava in un’industria meccanica della zona.
Nessuno, che io sappia, si è mai preoccupato di sapere cosa produceva quell’industria e questa è una lacuna che dovrebbe essere colmata al più presto per fugare il sospetto che - per avvalorare e rendere maggiormente tangibile la propria esperienza - il sig. Bruno abbia pensato di procurarsi un po’ di materiale di scarto proveniente dalle lavorazioni della ditta dove lavorava per spacciarlo come un residuo proveniente dal “disco”.
Non sarebbe stata né la prima, né l’ultima volta che una simile azione veniva abbinata ad un avvistamento UFO.
Partendo dal famoso ed inestricabile caso della Maury Island (1947), passando per il caso Ubatuba (1957) e proseguire fino ai giorni nostri attraverso decine di casi in cui i testimoni, vittime della loro esperienza fuori dal normale, nel timore di non essere creduti presentavano “la prova” della loro buona fede .
Se fosse possibile, le stesse analisi chimiche dell’ISML dovrebbero essere ripetute, anche per confutare o avvalorare, un’altra analisi (parziale), effettuata su un frammento,, al termine degli anni ’90, da un laboratorio chimico privato, al quale risultava un peso specifico molto vicino a quello del mercurio (13) e la disgregazione effettuata in bagno di acido fluoridrico aveva richiesto, stranamente, più di 40 ore mentre gli unici due elementi che si era riusciti ad isolare erano:

Ni (Nichel) % 0.48 : presente al 0.08 % nelle analisi dell’ISML

Co (Cobalto) % 0.20 : totalmente assente dalle analisi dell’ISML

Pur considerando i possibili errori di un laboratorio privato, non è comunque lecito sottovalutare la possibilità che - se fatte analizzare nel loro complesso - quelle schegge avrebbero potuto mostrare caratteristiche chimiche diverse le une dalle altre, gettando - nell’ipotesi - una luce completamente diversa su tutta la questione del ritrovamento dei residui metallici.




                                                                                Note

(1) R. Vesco ; Dalle “bombe a falce” ai “satelliti artificiali” - La Gazzetta del Lunedì, 25 ottobre 1954


(2) Su dove fosse realmente posizionata la “scatola nera” simile ad una macchina fotografica che utilizzò l’entità per indirizzare verso Facchini il potente getto che lo fece ruzzolare al suolo nessuno lo ha capito con precisione.
La più gettonata è quella che individua l’oggetto a tracolla dell’essere scafandrato e quindi circa all’altezza del petto. Nel rapporto redatto a metà nel maggio 1973 da due giovani ricercatori del Gruppo RIGEL 2001 si leggee che il Facchini localizzò la “scatola” nei pressi della cintola, mentre in un rapporto “confidenziale” redatto da un ricercatore indipendente dopo una visita fatta al testimone nel luglio 1981 si legge che: “… fatti pochi passi, si sentì colpire nel bel mezzo della schiena da “qualcosa” che lo fece ruzzolare a terra”. Nel rapporto si legge:”Chiedo al Facchini qualche dettaglio sulla misteriosa macchina fotografica a tracolla dell’uomo che gli si rivolse e che, a detta di alcune versioni dei fatti, sarebbe stato lo strumento con cui il testimone avrebbe subito il pesante avvertimento, che lo avrebbe fatto ruzzolare a terra. Mi sento rispondere che lui non vide nessuna macchina fotografica, o qualcosa di simile, ed è dell’opinione che quell’uomo gli abbia tirato addosso un getto di aria compressa”.


(3) Da una letttera indirizzata a R. Vesco il 06 settembre 1953

(4) Riguardo ai danni arrecati al suolo dall’enorme congegno è bene non dimenticare che anche le schegge di materiale antifrizioso ritrovate il mattino successivo dal Facchini dovevano essere piuttosto calde al momento della caduta al suolo mentre l’entità posizionata sull’elevatore stava facendo il suo lavoro e questo ha naturalmente modificato l’aspetto dell’erba sottostante.

(5) Il 16 settembre 1958, Vesco indirizzò al dott. Vanzulli una lunga lettera nella quale dopo una estesa spiegazione del caso ed una congrua presentazione di sè stesso, richiedeva chiarimenti riguardo alle condizioni cliniche del Facchini, premettendo che lo stesso poteva essere stato vittima di una forte accelerazione dovuta al colpo subito. Ecco cosa scrisse:” Il sig Facchini asserisce che la percossa (probabilmente un colpo di “pistola” spaziale a razzo individuale per la locomozione nello spazio a-gravitazionale)fu talmente violenta da lanciarlo a qualche metro di distanza, togliendogli temporaneamente i sensi.
Logicamente – proseguiva Vesco una forza applicata al centro del corpo induce su questo una rotazione intorno ad un punto fisso ideale rappresentato dalla zona di contatto “piedi-suolo”e ad esso si sovrappone una spinta agente in senso parallelo al terreno e nella direzione stessa del “getto gassoso.
Come conseguenza fisiologica si dovrebbe avere una violenta centrifugazione della testa con influenza sugli otoliti in particolare e sul sistema labirintico in generale.” In pratica l’effetto che la medicina aeronautica chiama DISORIENTAMENTO SPAZIALE..

(6). Vedi rif. Nota 1

(7) E’ curioso notare che Facchini non ha mai messo in risalto i danni alla vegetazione che lui stesso, le pesanti tute metalliche che indossavano le entità e l’appoggio del carrello elevatore che sosteneva l’individuo che usava il “saldatore” avevano fatto alla vegetazione del campo. Nella lettera scritta Vesco il 6-9-1953 Facchini scrive:”…in seguito condotto sul posto un mio intimo amico, il commerciante (……) abitante a Tradate, anche lui notava varie chiazze di terreno senza vegetazione ed altre chiazze di erba gialla e striminzita.” Quindi, com’è logico che sia, Facchini è tornato sul posto molte volte , anche con persone di sua fiducia, alle quali avrebbe potuto chieder, in caso di necessità, di confermare quanto da lui dichiarato. Presumibilmente, in queste occasioni avrà spiegato ai suoi accompagnatori la dinamica del fatto, quali erano le sue tracce, dove e quali erano le orme lasciate alle entità (ricordo che al momento dell’avvistamento il terreno era molle a causa del temporale appena passato), dove erano le tracce dei punti d’appoggio dell’elevatore. E’ normale che lui abbia fornito i dettagli della sua vicenda, come sarebbe stato normale che dopo essere stato gettato due volte a ruzzolare nell’erba bagnata avesse fatto accenno ai suoi abiti umidi. Invece non ho trovato dichiarazioni su questi particolari, né dirette, né indirette.


(8) Vedi rif. Nota 1

(9) Il fondamento tecnico della teoria veschiana era basato su questi due capisaldi tecnici.
Per Vesco la stabilità dinamica dei “dischi” era dovuta alla loro rotazione attorno all’asse verticale della struttura,data la nota e sperimentata inabilità dinamica (stallo laterale) dell’ala rotonda fissa (instabilità laterale delle ali a basso allungamento).
La stabilità dinamica però era la diretta conseguenza di soluzioni tecniche a livello propulsivo che rendevano efficace la forma a disco anche nelle prestazioni di volo.
Soluzioni che prevedevano un propulsore toroidale (il “ toro” è un solido cilindrico sviluppato su una circonferenza che è anche l’asse principale del cilindro stesso) al posto dei classici turboreattori assiali che equipaggiavano i primi reattori del dopoguerra, dotato quindi si una turbina rotante ad alto numero di giri attorno all’asse del velivolo, capace di produrre la potenza propulsiva e la stabilità dinamica con l’effetto giroscopico.
La grande potenza ottenibile con questa soluzione avrebbe reso possibile realizzare il concetto della portanza reattiva che avrebbe reso il “disco” completamente indipendente dalla classica portanza aerodinamica.
Per capire il concetto di portanza reattiva possiamo pensare alla fase di decollo verticale di velivoli come l’Hawker Siddeley Harrier o il Lockheeed F-35 nella quale il velivolo si solleva da suolo solo in virtù della spinta del propulsore e dei relativi getti orientati verso il suolo.
In realtà il concetto tecnico veschiano è molto più complesso e prevede soluzioni tecniche, come la “suction” il volo ad “incidenza negativa” e molto altro, che motivano le fantastiche prestazioni di volo dei “dischi volanti”.

(10) Nella lettera a Vesco del 6-9-1953 Facchini scriveva irritato:”In merito ai tubi da Lei definiti infantili, da quelli ne ho sentita la loro possente forza, credo vorrà scusare la maniera rude del mio scritto, però leale.

(11) In ogni caso Vesco non riuscì a venire a capo della curiosa conformazione dei tubi periferici dell’UFO di Abbiate Guazzone . Nel 1972, nel suo terzo e ultimo libro pubblicato “Operazione Plenilunio” nel paragrafo dedicato al caso Facchini, all’inizio del capitolo “Un modello di astronave alla mostra. <<Britain can make it>>” è presente una possibile spiegazione:
Si trattava forse di un particolare tipo di Vernier- Rockets, ossia dei cosiddetti razzi ausiliari di assetto, largamente impiegati dagli anglosassoni per la stabilizzazione in volo o al decollo di grandi razzi, satelliti orientabili e veicoli spaziali. Infatti soffiarono poderosamente all’atto del decollo.”.
Interessante deduzione, ma i Vernier Rockets, (molto noti sono i Rocketdyne LR101-NA diretti derivati del progetto originale firmato dal famoso Capt. Bob Truax, i quali, tra l’altro, furono impiegati sull’ATLAS SM-65 ICBM. Avevano 450 kg/spinta con un peso di 33 kg, il propellente era composto da LOX-RP1, cioè ossigeno liquido e kerosene altamente raffinato), oggi conosciuti come “thrusters” e noti anche come “attitude control rockets”, vengono posizionati in punti precisi della struttura per ottenere un bilanciamento delle masse rispetto al baricentro del veicolo nelle situazioni di volo più critiche sotto il profilo dell’equilibrio dinamico del veicolo stesso.
Certamente non sono posizionati a raggiera, (in genere sono installati singolarmente o a “pacchi”) non hanno condotti di scarico lunghi e trinati, ma hanno una spinta relativamente bassa che serve per aggiustamenti minimi della traiettoria.
No, decisamente la “…raggiera di grossi tubi che sporgevano per una cinquantina di centimetri, grossi come quelli delle nostre stufe…” (R. Vesco : Operazione Plenilunio) doveva avere un’altra funzione che non quella di operare come “attitude control system”.

(12) E’ interessante notare che nel suo libro “Operazione Plenilunio” Vesco scrive:”…l’Autore (cioè lui stesso. N.d.A.) fece in seguito analizzare alcuni frammenti metallici prelevati da una scheggia ancora conservata dal Facchini.” Questo farebbe pensare che i vari pezzi del materiale ritrovato da Facchini fossero di dimensioni più grandi dei frammenti che lo stesso aveva distribuito a quasi tutti coloro che lo avevano interpellato di persona. Se così fosse si potrebbe anche arguire che l’entità impegnata nella riparazione, dopo avere tolto il materiale ormai inutilizzabile facendolo cadere a terra aveva iniziato l’opera di ripristino. Certo questo scenario non depone a favore della capacità delle misteriose entità di mantenere il loro segreto.
Se realmente quella ritrovata dal Facchini fosse stata una lega di tipo rivoluzionario l’errore commesso dai tre “piloti” sarebbe stato enorme. Ed in ogni caso per non lasciare tracce tangibili sarebbe bastato che una delle due entità impegnate nell’ environmental monitoring around avesse raccolto in un contenitore i residui metallici della riparazione. Perché non lo hanno fatto? Probabilmente perché l’entrata in scena di Facchini ha provocato un’urgenza tale che era più importante ripartire che perdere ulteriore tempo per raccogliere le scorie metalliche residue. E’ anche possibile che le tre entità volessero lasciare sul posto traccia del loro passaggio o che non gli importasse nulla visto che lasciavano dietro di loro una comunissima lega di bronzo al piombo.

(13) Il peso specifico del Mercurio e pari a 13.6 g/cmc, mentre il peso tabellare del Bronzo al Piombo va 8.8g/cmc a 9.5 g/cmc. Come si può constatare il peso specifico dei frammenti misurato dall’ISML era 8.975 g/cmc, perfettamente in linea col peso tabellare.


       Bibliografia


  • Renato Vesco : I Velivoli del Mistero – Mursia 1969
  • Renato Vesco : Operazione Plenilunio – Mursia 1972
  • Renato Vesco : Scritti e missive private
  • Giuseppe Stilo : Scrutate i Cieli – Ed. UPIAR 2000
  • Maurizio Verga: When Saucers came to Earth – Ed. UPIAR 2007
  • Archivio CISU: Lettere e documenti vari

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